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Consuelo Catucci: la filosofia esistenziale del montaggio | Cineincanto

Per Cineincanto la pluripremiata montatrice italiana

Consuelo Catucci

Con un Nastro d’argento come miglior montaggio per il film ‘Vallanzasca-gli angeli del male’ e quattro candidature ai David di Donatello per il miglior montatore (tra gli altri, ‘Perfetti sconosciuti’ e ‘The Place’), Consuelo Catucci è una delle montatrici più talentuose e autorevoli del cinema italiano. Attraverso i suoi occhi azzurri carichi di entusiasmo, un piglio vivace di energia incontenibile, Consuelo è capace di avvolgere e travolgere chi la ascolta in quella scoperta che si è trasformata nella sua brillante professione.

Consuelo Catucci per Cineincanto di Carlo Fenizi

Consuelo Catucci: la filosofia esistenziale del montaggio | Cineincanto

Perché Consuelo Catucci è una montatrice?

Quando ero piccola avevo una doppia anima. Da una parte c’era la passione per la fotografia. Facevo fotografie a rotta di collo. Dall’altra c’era il “bernoccolo” della scienza: volevo fare il medico. Alla fine del liceo classico che ho frequentato con molto interesse verso le materie umanistiche, dovetti prendere una scelta. La mia famiglia non mi fece alcuna pressione e, sebbene una certa vena artistica aleggiasse sui miei nonni (uno musicista e uno pittore), decisi di fare il test per entrare a medicina e intrapresi quel percorso durato quattro anni. Continuavo, però, a coltivare le mie passioni, facendo mille cose e mi sentivo sempre di più fuori contesto rispetto a quella facoltà. Avevo amici che frequentavano il DAMS, il Centro Sperimentale di Cinematografia ed essendo una lettrice compulsiva, iniziai a voler leggere ciò che studiavano loro e fu così che scoprii la figura del montatore.

C’era qualcosa in te, rispetto a quella scoperta, che si era manifestato, in qualche modo, prima di quel momento?

Mi resi conto che fin da piccola facevo montaggi di fotografie, tagliando e incollando e, di fatto, raccontando delle storie. Quindi dopo il primo semestre del quarto anno di medicina decisi di prendermi un anno sabbatico. Iniziai a fare lavoretti per pagarmi i corsi di montaggio e, relativamente presto, incominciai a lavorare come montatrice. Evidentemente ero portata, ma avevo anche una faccia tosta, un’autorità e una “cazzimma” tale che nessuno credeva fossi una principiante. Facevo di tutto: televisione, documentari, trailer, spot e videoclip. La pubblicità fu una svolta, all’epoca era molto più avanti. Mi ha permesso di sviluppare l’estetica, di sperimentare nuove tecniche e di lavorare con registi pazzeschi, anche stranieri, da cui ho imparato molto e che mi hanno traghettata al cinema. Dopo i primi film indipendenti mi venne proposto il primo lavoro importante. Stranamente tentennai, chiesi consigli se accettare o no. Poi mi ci buttai a capofitto e capii che era quella la mia dimensione.

Che percezione ha della vita di tutti i giorni un montatore?

Il montaggio è una scuola di filosofia e di vita. Ti insegna tante cose. Prima tra tutte a non affrontare una cosa di colpo e nella sua interezza, ma ad analizzarla con attenzione. Ti mostra come arrivare in cima ad una montagna concentrandoti sui tuoi singoli passi senza dover pensare alla vetta. Quando ci arrivi non ti è pesato. Ti aiuta ad affrontare la vita, ragionando sui piccoli “pezzi”. Poi ti insegna a comprendere che non esiste una sola strada, nel montaggio come nel quotidiano, ne esistono tante e, a livello artistico ed esistenziale, non vanno mai precluse. Montare, inoltre, significa farsi, continuamente, delle domande per capire ogni singolo significato che si cela dietro parole, oggetti e azioni. Nella vita ti aiuta a metterti in discussione e a non vivere il cambiamento di opinione e di posizione come un fallimento, ma come un atto creativo di crescita e di raggiungimento di un risultato.

Consuelo Catucci: la filosofia esistenziale del montaggio | Cineincanto

Quale momento delle fasi del tuo lavoro ti entusiasma di più?

Ogni fase ha il suo fascino. Dico sempre che un film si monta dopo che lo hai montato. Quando monti le scene sperimenti un momento creativamente molto impegnativo e stimolante: devi tenere tutto sotto controllo, farti venire molte idee e discernere i materiali all’interno di ore e ore di girato. Affronti qualcosa di grande. Invece, un momento molto divertente per me è quello successivo della ‘limatura’: tornare su alcune cose, dare il ritmo, ripensare alle scelte fatte e trovare soluzioni alternative. É una fase più leggera e stimolante perché conosci già il girato e puoi reimpostare, tagliuzzare e affinare le sequenze. Poi mi piace tanto il mix. Ho delle orecchie da gatto e sento delle vibrazioni impercettibili. Mi affascina l’universo degli effetti sonori che costruiscono un mondo narrativo che lavora nello spettatore a livello inconscio. La spazialità dei suoni è una cosa meravigliosa. Poi c’è la musica: ci lavoro tanto in fase di montaggio e collaboro con i musicisti che si sono rivelati sempre disponibili e aperti. Ci sono un confronto e una condivisione che mi appassionano.

Cosa deve “offrirti” un regista per favorire il tuo lavoro di montaggio?

Io credo che abbia a che fare non tanto con il montaggio ma con la creatività in generale. Un film, dalla sceneggiatura alla finalizzazione, diventa, man mano, un’altra cosa rispetto a come è stato pensato. Nel momento in cui entra in contatto con tutti coloro che ci lavorano, dai capireparto agli attori, subisce delle trasformazioni perché, poco a poco, qualcun altro si sta impossessando di quella storia. Il film sta crescendo e la cosa fondamentale per un regista è avere la mente aperta, cambiare mentre il suo film sta cambiando, dargli la possibilità di crescere e non precludere altre soluzioni per un’idea prestabilita rigidamente. Giuliano Montaldo, con cui ho lavorato in due film, mi disse che amava circondarsi sempre dei primi violini, non solo perché davano il massimo, ma anche perché competevano tra di loro: tutti danno l’eccellenza e tutti fanno il film che è un’opera corale. Se un regista è disposto a recepire gli input, si potenzia la sua visione.

L’occhio femminile di una montatrice può fare la differenza?

No. Un montatore è a servizio di una storia e deve avere una capacità universale: quella di sapersi immedesimare in una visione artistica di un regista e nel racconto che sta costruendo. È vero, mi riesce bene strappare le lacrime, mi piace lavorare toccando le corde emotive dello spettatore, ma mi diverto anche a stuzzicare le dinamiche più cruente delle storie criminali. La sensibilità del narrare prescinde dal sesso, piuttosto può essere influenzata dalle esperienze personali. La differenza, ritengo sia solo di natura sociale e culturale.

La fase del montaggio ha un potere decisivo nella riuscita di un film e, in qualche modo, si misura con la regia in senso stretto, in un processo intimo e indissolubile. Come ti poni rispetto alla tua responsabilità all’interno di un progetto registico?

Non mi pongo il problema. Il 90% delle scelte che opero è di tipo istintivo. Il montatore è come il produttore nella musica: uno strumento creativo a servizio di un progetto. Ho avuto quasi sempre la fortuna di lavorare con registi che sposavano un gusto simile al mio, con grande rispetto reciproco. Il mio obiettivo è anche quello di tirar fuori il meglio di ogni reparto: regia, fotografia, costumi, scenografia, attori, etc. É un lavoro che va contestualizzato caso per caso e che comporta la rapida comprensione del peculiare stile di un regista, senza imporre una visione. É la visione del regista che deve prendere vita e io devo fare qualsiasi cosa in mio potere per poterla rivelare e potenziare.

Consuelo Catucci: la filosofia esistenziale del montaggio | Cineincanto

Perché la vita ti ha portato ad essere una montatrice? Cosa voleva dirti?

Secondo le tradizioni orientali nulla capita per caso. Da adolescente, in un certo senso, avevo un’indole selvaggia e la medicina mi ha incanalato, dandomi poi, paradossalmente, la possibilità di capire e scegliere ciò che poi è stata la mia strada. Mi ha permesso anche di comprendere che ero nelle condizioni di poter fare qualsiasi cosa. Se sei seduta in una sedia scomoda, ti devi alzare e ne devi cercare un’altra perché non siamo mai obbligati a fare un qualcosa che non ci fa stare bene. Come diceva Pennac: il lettore ha il diritto di interrompere la lettura di un libro. Bisogna essere coscienti che alcune cose vanno bene in un periodo della vita e poi non vanno più. La vita di un montatore è un’esistenza monastica: ore e ore, sola, al computer a farsi domande… È un’attività che si può svolgere solo con estrema passione, con una fiamma dentro che ti appaga sempre perché ti preclude molte altre cose. Non esistono orari, né festività e credo di aver accumulato una quantità inenarrabile di biglietti aerei persi, ma è il prezzo da pagare e posso dire con certezza che, attraverso la mia professione, la vita mi ha dato delle indicazioni specifiche fondamentali e preziose per il mio percorso.

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