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“La Vecchia Signora a Capri” di Gianni Busatto, una chiave di lettura dell’opera di Dürrenmatt all’insegna di redenzione e amore salvifico

Uno spettacolo tratto dal capolavoro drammaturgico del 1955 “La visita della vecchia signora” diviene esempio di come il teatro si ravvivi nelle parrocchie attraendo un pubblico sempre maggiore. Segno di svolta e riscoperta meritevole di solcare palcoscenici più celebrati

“La Vecchia Signora a Capri” è un toccante spettacolo fortemente voluto dall’autore e interprete Gianni Busatto, diretto dalla compagna di scena Licia Guastelluccia

“La Vecchia Signora a Capri” è il titolo dell’opera rivista da autore e regista andata in scena nel solo fine settimana di sabato 14 e domenica 15 Gennaio presso il Cineteatro della Chiesa MARIA REGINA PACIS di Milano.

Una parrocchia di quartiere (Gallaratese), dunque, con un sorprendente spazio teatrale dove (- scopro- n.d.r.) vi sono regolarmente in programma rassegne di cineforum. 

Un segnale forte per un ambito tanto colpito durante gli anni di pandemia, che con grande sforzo sta trovando nuova linfa in luoghi come l’Osoppo Theatre o il libero teatro NO’HMA

Una buona causa per un’ottima pièce per signore e signori senza tempo

Lo spettacolo, (di cui giunge recensione tardiva causa malattia personale (e di questo non posso che scusarmi n.d.r), è un ritorno alle origini del teatro stesso, fondato sul dialogo fra due soli personaggi in scena. A tratti risuona l’eco delle sticomitie, delle disticomitie, tipiche della grande tragedia classica, fra botta e risposta al limite fra rabbia, frustrazione, tristezza e speranza.

Anche gli oggetti di scena -simbolici, come la panchina rossa, che rappresenta la grande rabbia e forse il dolore della ricca vedova caduta in solitudine, riverso in quel suo spazio off-limits, creano la migliore scenografia possibile.
Così come la collezione letteralmente a metà della ricca di scarpe, in continuo spolvero ad opera del suo maggiordomo.

Gesti meccanici, che fanno intuire immediatamente i ruoli dei personaggi.

Suddetti oggetti, come il portascarpe e il tavolo, sono opera d’ingegno dello stesso Busatto

L’autore, come Licia Guastelluccia, non sono attori professionisti, ma filodrammatici.

E questo, se possibile, permette a ciò che viene portato in scena di risultare persino più vero.

Perché, ricordiamo per gli estimatori della drammaturgia e non, a teatro va in scena solo il vero. Diceva il compianto Gigi Proietti che 

a teatro, dov’è tutto finto, ma niente è falso.

Esso è un riflesso dell’umanità

Prima di addentrarci nella sinossi e nelle caratteristiche specifiche della pièce, è doveroso sottolineare la volontà della Compagnia Ad Maiora di devolvere l’intero ricavato a favore dell’iniziativa “adotta un bambino all’oratorio estivo”, come espressione della ricerca di integrazione e presenza della parrocchia e dello strumento teatrale con finalità educative nella comunità locale.

La trama originale della visita della vecchia signora

Nell’opera del Dürrenmatt, la protagonista è Clara Zachanassian, diventata miliardaria grazie a matrimoni (e vedovanze) di convenienza. Con uno di questi decide di tornare nella natia Güllen, cittadina dove si era innamorata (forse per la sola volta in vita sua) di Alfred, associato a una “pantera”, del quale era rimasta incinta.

All’epoca egli non volle saperne e decise pertanto di pagare due uomini per dichiarare fossero stati con lei, che divenne per tutti una prostituta, senza il suo bambino, né la possibilità di restare.

La vendetta di Clara

Clara, per vendicarsi, decide di offrire ben un miliardo di franchi affinché qualcuno uccidesse l’ormai stimato Alfred. Convinta che chiunque si possa comprare, anche la giustizia, aspetta che gli abitanti locali, che iniziano a comprare a credito, sperando in nuove somme, non possano fare altro che giungere alla soluzione dell’omicidio collettivo del reo Alfred.

Che, ingiustamente indebitato, fu indotto consapevolmente all’esecuzione. 

Una forma di nuova, macabra giustizia, dove anche il baluardo della giustizia, il preside scolastico, cede durante l’assemblea che decide le sorti dell’uomo. Subito dopo, la donna paga la somma agli abitanti, ma è a lei che resta l’amaro in bocca.

…e quella vecchia signora inscenata 

La storia qui si svolge idealmente dopo l’episodio narrato in origine, con la vecchia signora vedova insoddisfatta nella sua lussuosa villa di Capri. 

“Madame”, termine con il quale è solito chiamarla Bobi, l’anziano maggiordomo, non le aggrada più. 

Usa con lui toni di sufficienza, e persevera a sottolineare, consapevole e infima nella posizione restia dell’uomo, che sarebbero in tanti a volere il suo posto, pertanto, qualora il lavoro non andasse bene, potrebbe licenziarsi.

Il dolore che conduce a rabbia e negazione

Il comportamento di lei iniziale è quello di una donna frustata, cattiva e capricciosa, protesa a ferire gli altri. Rabbiosa per la sua assenza dai rotocalchi, che dà al rogo, si sente sminuita. Prevede anzi che si parlerà di lei solo una volta morta. Poche parole: “orfana baciata dalla fortuna; da Güllen a Capri”.

Bobi, il maggiordomo, allora incalza con lei dicendole che la donna ha sì, donato tanto, ma scelto di mostrare solo la sua esteriorità. In un mondo frivolo, quello è il destino, venire dimenticati per grande tempo e ricordati solo alla morte per un breve epitaffio. 

Si rivolge a lei dandole del “tu”, con tanto di nome, Clara. 

Come in pochi la chiamavano ormai, la vecchia signora. 

Colei che ricorda all’uomo, ripetendolo più volte, che è un “servo, comprato come gli altri”.

Tuttavia, Bobi la sfida e la rimprovera, dicendole che ha potuto affezionarsi a lei, quando era ancora una bambina nel paese natale, dove lui era prima un giudice. 

La solitudine e il denaro che non la riempie

Il fedele servo, chiamato, non a caso con un nomignolo di un cane, si propone come amico fraterno, qualora lei volesse. Tuttavia, la vecchia signora Clara replica di poter comprare chiunque con i soldi. Frenata, dalle espressioni dell’unico e solo interlocutore, e dalla realtà, in cuor suo, via via più evidente.

Per dimostrarle l’onestà dei suoi intenti fraterni, e con l’auspicio di salvare lei e se stesso, egli le propone di accettare la sua compagnia a fronte di vitto e alloggio da lui pagato e senza stipendio. 

Il vero punto di cambio è questo, in cui i due sono sullo stesso piano: Bobi non è più un servo, né tale può essere definito dalla donna. 

Vivere solo relazioni interessate, giustificate da motivi economici, non può che portarla alla trappola della solitudine. 

Clara ammette di aver perso il suo cuore a Güllen per colpa di Alfred, quando non ha riconosciuto figlio e glielo hanno strappato via, cacciandola dalla sua casa. Costretta a una vita di stenti e dolore. 

Il maggiordomo ha vissuto gli anni del primo matrimonio con il ricchissimo marito della donna, che non le ha portato amore, ma solo soldi e potere.

Nonostante la vecchia signora cerchi di ricordargli che è solo un servo e lo umilii con il farsi mettere le pantofole, e ora ribadendo “Sei un servo. Comprato, come tutti gli altri”, nel suo stato di semi delirio Clara decide di organizzare una festa a 54 giorni dal suo compleanno.

Fra gli invitati vi sono grandi nomi, scherniti (ex direttore del Louvre), ex mariti, fra cui il conte che “faceva comodo quando era ministro”. Persino l’Infanta di Spagna.

Per lei la felicità era essere al centro. 

Purtroppo le aspettative non combaciano: mentre sposava un attore per poche ore, sperava di sposare in cuor suo Alfred.

I miei matrimoni sono stati surrogati di quello che Alfred le aveva negato. 

La frase dimostra come acredine e insoddisfazione non possano rendere felice una relazione, benché giustificasse la fine delle storie in maniera funzionale poiché seguite da buonuscita cospicua.

Cambiare nome delle cose per giustificarsi 

Bobi non giustifica l’atteggiamento della vecchia signora o Madame Clara. Le ricorda, al contrario, che anche i criminali più feroci hanno da salvare, e lo aveva visto quando era giudice. Ma l’amarezza l’ha spinta a rimanere.

Però, aggiunge, esiste un imbroglio per redimere la coscienza senza farci troppo i conti, ovvero l’imbroglio: si cambia il nome delle cose. La morte di Alfred che per lei era giustizia, altro non era che vendetta, poiché lo fece comprando il silenzio di medico legale e giudice.

Si scopre così che anche l’anima più disponibile e gentile in scena ha un passato oscuro. Quello che tuttavia tenta di redimere, insieme all’amica. 

Bobi prova vergogna, anche per quegli amici che sapevano che acquistare a credito avrebbe mandato in rovina il povero Alfred. Clara lo denigra, taccia come illuso, convinta che non sarà mai redenta, né di poter credere nelle buone intenzioni. 

Nonostante ciò, avendo provato amore, nascosto chissà dove, per Bobi lei deve tirarlo fuori, affrontarlo.

La musica incalza, evidenzia la solitudine che Clara finge non esiste, ma limita alla malattia e alla vecchiaia, nella sua tipica impazienza.

Posso comando e voglio

Inizia qui un nuovo scontro fra ciò che può essere più o meno reale fra bambini viziati e adulti. Bobi le spiega, non senza fatica, che si è costruita un mondo di oggetti che non potrà mai renderla felice. Nemmeno i medici migliori che ha assoldato possono nulla di fronte alla malattia, o risolverla in eguale maniera, in quanto non tutti reagiscono allo stesso modo. 

Il grande rifiuto

All’arrivo delle lettere di risposta, per la vecchia signora arrivano i dinieghi degli invitati, che per lei sono tutti ipocriti perché di lei, ora, non importa più nulla di loro. Di rimando, la donna decide comunque di fare la festa per ostentare la sua potenza.

Il suo è un grande rifiuto della realtà: quando si compra l’amicizia di qualcuno, ergendosi a superiori per possedimenti diversi, quella non potrà mai essere definita reale.

Giungono infine le novità dalla cittadina, dove i soldi da lei dati per costruire e migliorare la vita del paese sono stati rubati dal Borgomastro. La cupidigia del denaro è stata la rovina stessa del luogo, tanto che nemmeno il parroco verrà sostituito. Clara ha visto in sogno Alfred dirle che il suo sacrificio non era valso nulla: in effetti, la sua scelta di morire per salvare Güllen, non ha portato ciò che lei avrebbe voluto, fabbriche nuove, il suo stesso ritorno. 

Inizialmente, si difende dicendo che è impossibile andarle contro, come a giustificare un comportamento che sa essere sbagliato, asserendo che la colpa se la città non è progredita è dei cittadini che hanno sprecato l’occasione, e non sua che ha comprato la dignità di tutti. 

Bobi, molto più serio, la accusa di aver snaturato chiunque con nomignoli insensati, nulla a che vedere con qualcosa di affettuoso e carino. Persone come oggetti d’uso, senza identità, tanto da classificare l’ex giudice come un cane.

Non a caso, nonostante sia conscio di essersi lasciato trasportare dai soldi: lui è ancora il giudice Konrad Hoffer!

La sofferenza di Konrad. La colpa non è mai solo degli altri

L’ex giudice è tormentato dalla scelta fatta, ma sente che potrà salvarsi quando anche Clara si salverà, smettendo di annullarsi per non sentire il peso delle responsabilità,  con una modalità di difesa errata.

La scelta di non essere più suo servo, questa presa di forza positiva, si scontra con la volontà di riassumerlo di lei. L’offerta è negata perché solo in questo modo Konrad potrà essere una persona di cui andare di nuovo fieri. 

E finalmente ottiene ciò che ha sempre sperato: l’ammissione di solitudine della vecchia signora. E non solo: Konrad è il solo amico che ha.

Un flusso di parole la coglie impreparata: racconta dell’amore per gli abiti a pois, disegnati da uno dei mariti, dei balli e della passione per le scarpe. Ma nel ricordare quei momenti il turbamento per i rifiuti degli invitati e per la situazione della città di origine si fanno più forti. 

Bobi-Konrad le dice che dal male nasce solo il male, e che avrebbe potuto godersi i soldi per l’offesa subita, o ancora aiutare davvero le sorti di tutti, dimostrando di non aver istigato all’omicidio. 

Anche se Alfred ha avuto le sue colpe, non meritava di morire così, era diventato una persona perbene.
A dimostrazione che tutti possono cambiare, volendo. E in questo modo si può anche ritrovare il bene fatto. 

Perché non si può sempre additare l’altro come errante, e la colpa non si può additare sempre a chiunque, salvo che a se stessi.

Mentre lei continua a giocare con i suoi nei tulipani, si percepisce il cambiamento, perché si rende conto che la colpa morale è sua, come mandante.

Se non avesse offerto una simile cifra, gli abitanti non avrebbero dovuto scegliere. 

L’ex giudice prova a farla ulteriormente ragionare sul concetto di dignità, che una volta persa poi aveva scambiato con i soldi. Sentendo sempre un vuoto per ciò che aveva fatto.

La vera dignità sociale è quella di una persona modesta che fa le cose con semplicità e bonarietà, mentre Clara aveva fatto tutto, donato tanto, per farsi vedere. 

Iraconda, la reazione primaria di Clara è di accusare l’uomo di averle fatto ammettere di essere un mostro, distruggendo l’immagine di sé. Anche se era sopravvissuta all’umiliazione giovanile.
In questo suo stato di totale fragilità, il maggiordomo la esorta a fare la festa, anche se non dovesse andare nessuno, come simbolo di vera forza. 

Il primo regalo per Clara 

E infatti le spiega che è giunto il momento di aiutare per davvero e guardare il suo primo vero regalo: una sedia, realizzata dai bambini del piccolo coro di orfanelli che aveva cantato a uno dei suoi matrimoni (di cui lei non ha memoria).
Quella sedia rappresenta la sua redenzione, perché dal suo gesto, i piccoli hanno creato un laboratorio che ha attirato altri investitori. Un gesto che ha migliorato e cambiato le loro vite. 

Ora la vecchia signora è solo una donna pronta ad accettare il cambiamento e il perdono per gli altri e per se stessa. 

Non dovrà, infatti, sforzarsi per invitare nessuno, sono i bambini che cantano per lei, anche alcuni cresciuti, come eco di sottofondo. La invitano ad andare da loro; l’insegnante vuole parlare con la Signora Clara.
La donna non sa come poter non risolvere con i soldi ogni cosa, ma, come Bobi la rassicura, troverà il modo. Per avere di nuovo ospiti, amici, persone accanto, di e col cuore. Trasformando davvero quel momento in una festa. 

Una nuova signora 

La Signora si spoglia del suo personaggio, diventa solo Clara. Per la prima volta lo chiama vicino a sé, nel suo spazio personale. E per farlo usa il suo nome, Konrad. 

Che, svestito degli abiti da lavoro, brinda con lei in un nuovo abito colorato. Che dona brio ed energia verso un nuovo futuro. Il misfatto è esistito, ma si può ripartire e costruire qualcosa di migliore. 

“Il Teatro, per me, è un atto d’amore, una relazione amorosa, è un atto di comunione, un rito sacro”

La citazione di Pippo Del Bono esprime in modo perfetto la richiesta di poter estendere ad un pubblico via via maggiore questo adattamento dell’opera sulla vecchia Signora per una riflessione alla chiave per redimersi e trovare il coraggio di cambiare e affrontare anche ciò che più ci spaventa.

Un sacro atto d’amore verso ciò che ci rende così caoticamente, singolarmente e comunitariamente   dissacrati umani. Alla ricerca costante di un’etica che ci renda degni di rivederci attraverso i caratteri della drammaturgia.

Licia Guastelluccia e Gianni Busatto regalano uno spettacolo poeticamente tagliente.

Non solo: è intimo, introspettivo, attento e intento a toccare le corde di tutti noi spettatori, con la sensazione di essere stati tutti, almeno una volta.

  • spocchiosi come la vecchia signora,
  • traditi dalla nostra brama, come gli abitanti di Güllen,
  • spinti dalla vergogna alla ricerca di un riscatto, come il fedele, tenero e sarcastico Konrad
  • soli, tristemente soli, come la natura dell’uomo alla ricerca di una compagnia in cui ritrovarsi

 

 

Veronica Fino

 

Redazione

Scritto da Redazione

La redazione di VanityClass.

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