Docente di matematica e artista contemporanea, Marzia Cotroneo ha scelto solo negli ultimi anni di mostrare al pubblico una vocazione coltivata fin dall’infanzia. Nata a Reggio Calabria e oggi residente a Milano, attraverso la pittura astratta trasforma colori, memoria e suggestioni della propria terra d’origine in un linguaggio istintivo. Dopo mostre, premi e riconoscimenti in Italia e all’estero, racconta il rapporto tra matematica e arte, il legame profondo con i genitori e quella ricerca di bellezza e speranza che attraversa tutta la sua produzione.
Marzia Cotroneo è nata a Reggio Calabria e vive e lavora a Milano, dove insegna matematica al liceo. Due mondi, quello dei numeri e quello della pittura, che soltanto apparentemente sembrano appartenere a universi distanti. Nelle sue opere astratte, infatti, istinto ed equilibrio convivono attraverso colori vibranti, sovrapposizioni, contrasti e una particolare ricerca della luce.
La pittura l’ha accompagnata fin dall’infanzia, nutrita da un ambiente familiare culturalmente vivace e dalla figura del padre, poeta e pittore figurativo. Eppure, per molto tempo, Cotroneo ha custodito la propria produzione lontano dallo sguardo del pubblico. A incoraggiarla a mostrare le opere sono stati proprio il padre e, successivamente, la curatrice e storica dell’arte Giada Eva Elisa Tarantino, diventata sua mentore.
Da quel momento il percorso artistico ha conosciuto una rapida evoluzione, conducendola a esposizioni e manifestazioni in Italia e all’estero e facendole ottenere premi, menzioni d’onore e apprezzamenti critici. Un cammino nel quale continuano a riaffiorare Reggio Calabria, lo Stretto, Scilla e i colori di un’infanzia che l’artista porta con sé anche nella dimensione metropolitana di Milano.

Intervista esclusiva a Marzia Cotroneo
Lei è docente di matematica, una disciplina governata da regole, logica e precisione, mentre nella pittura sceglie un processo istintivo, senza progettare preventivamente l’opera. Sono davvero due mondi opposti o, quando dipinge, scopre tra matematica e arte delle connessioni inaspettate?
«Matematica e arte sono strettamente connesse. Studi recenti nel campo delle neuroscienze hanno evidenziato come la nostra mente, attraverso la vista, sia in grado di riconoscere pattern corrispondenti a immagini equilibrate. Non è un caso che nel Novecento grandi pionieri dell’arte astratta abbiano indagato anche attraverso le regole matematiche un linguaggio universale fondato sui rapporti armonici.
Anche se la mia arte nasce dall’istinto, credo che la nostra mente interiorizzi tutto ciò che apprendiamo e viviamo: quando ci esprimiamo, quello che custodiamo dentro di noi inevitabilmente emerge, anche in maniera informale o criptica. La matematica è presente nelle proporzioni, nella precisione di alcuni tratti e nelle simbologie che ricorrono nelle mie opere, alle quali i critici riconoscono equilibrio estetico e originalità.
Ci sarebbe moltissimo da raccontare su questo rapporto. Sono stata invitata anche a tenere una lezione universitaria proprio sul legame tra matematica e arte. In fondo, la matematica è ovunque: nella natura e, inevitabilmente, anche nell’arte».

Per molto tempo la pittura è rimasta una dimensione privata della sua vita. Sono stati suo padre e la curatrice e storica dell’arte Giada Eva Elisa Tarantino a incoraggiarla a mostrare le sue opere. Che cosa la tratteneva prima e che cosa è cambiato quando ha deciso di affidare il suo lavoro allo sguardo degli altri?
«Credo di aver aspettato tanto per una mancanza di consapevolezza e, forse, anche di coraggio. Dipingere significa mostrare una parte molto intima di sé e io non avevo ancora compreso pienamente il mio potenziale creativo. In casa dipingevamo mio padre, mia sorella minore e io: per me era quasi un gesto di normale amministrazione.
Il mio primo ricordo artistico è legato alla casa dei miei nonni materni, che per me era una sorta di casa delle meraviglie: c’erano un grammofono che diffondeva arie viennesi, l’armadio delle caramelle e tante piccole stranezze capaci di regalare felicità. Sulle pareti della “camera del riposo”, dove al pomeriggio non dormivo mai perché preferivo pensare, avevo disegnato una balena, la mia Moby Dick. Credo di non avere avuto ancora due anni.
Mio padre era un pittore molto bravo e al suo cospetto mi sentivo quasi come Kafka trasformato in scarafaggio. Anch’io realizzavo ritratti e opere figurative e a scuola i miei compagni mi chiedevano spesso i disegni. Alle medie, dopo una lezione sull’Egitto, decisi di realizzare un ritratto di Tutankhamon. L’insegnante di arte sostenne che lo avesse fatto mio padre. Quell’affermazione mi provocò disappunto e, probabilmente, anche una certa insicurezza. Ero troppo giovane per possedere gli strumenti necessari a comprenderla e tanto meno per contraddire un docente.
Molti anni dopo, durante un’estate, presi del cartone pressato, materiale di recupero, e iniziai a lavorarlo con i gessetti. Mio padre rimase colpito e mi disse che possedevo qualcosa di particolare che avrei dovuto approfondire e che l’astratto sarebbe stato il mio destino.
Dopo la sua improvvisa scomparsa, quelle parole hanno cominciato a risuonare dentro di me con ancora maggiore forza. Avevamo un rapporto profondissimo, quasi telepatico. Passavo ore a osservarlo mentre creava e spesso dipingevo insieme a lui. In quei momenti era come se fossimo trasportati altrove, in uno spazio che apparteneva soltanto a noi. È una sensazione che ritrovo ancora oggi quando dipingo, da sola oppure in compagnia di Luna, la mia gatta.
Dopo la morte di mio padre ho attraversato un momento di crisi molto profonda. Tre mesi più tardi una collega mi coinvolse nell’organizzazione di un’asta benefica e le promisi che avrei dipinto qualcosa. Da allora non mi sono più fermata.
Cominciare a esporre è stato come aprire uno scrigno nel quale avevo tenuto chiuso il mio mondo interiore. Ho provato una sensazione di liberazione. E quando gli esperti del settore si complimentano con me provo ancora un insieme di orgoglio, stupore, meraviglia e nuova consapevolezza».
È nata a Reggio Calabria, ma vive e lavora a Milano. Ha raccontato che la sua ispirazione nasce anche dai colori e dai profumi dello Stretto. Quanto rimane della Calabria nelle sue tele e quanto Milano ha modificato il suo modo di esprimersi?
«Già durante l’adolescenza sentivo dentro di me un’anima milanese. Mi affascinava l’idea di una città in eterno fermento. I fratelli di mia madre e di mio padre avevano studiato e lavorato a Milano ricoprendo ruoli importanti e i loro racconti alimentavano questa fascinazione.
Essere nata a Reggio Calabria, però, mi ha regalato il privilegio di crescere davanti ai tramonti sullo Stretto, tra il profumo del bergamotto, degli agrumi, dei fiori e dei frutti della macchia mediterranea. È una terra straordinaria per bellezza e cultura. Il suo mare rimane il luogo nel quale riesco a rigenerarmi. Il blu che si confonde con il cielo, i tramonti con l’Etna e le Eolie sullo sfondo: sono immagini che fanno parte di me.
A Milano, nella zona di Porta Romana, ho trovato una dimensione nella quale mi sento a mio agio, ma in tutte le mie opere esiste intimamente qualcosa della mia terra d’origine.
L’estate, per me, continua a essere legata al Lido Onda Azzurra, vicino Scilla, non a caso scelto per la mia prima mostra personale. È un luogo intriso di ricordi. C’è persino uno scoglio che da bambina chiamavo “lo scimmione”: mi faceva paura perché ero convinta che fosse un uomo trasformato da Scilla in un mostro di roccia. Sono immagini che restano dentro.
Ho avuto un’infanzia felice e ricchissima di colori e affetti: le vendemmie, le giornate trascorse in Aspromonte con parenti e amici, il “giardino del nespolo” dei miei genitori, le cene durante le quali mio padre leggeva poesie, raccontava storie e spiegava le sue opere, mentre mia madre dispensava lezioni di stile e di cucina. Tutto questo, in qualche modo, continua a riaffiorare sulle mie tele».

Nelle sue opere il colore sembra assumere un ruolo quasi narrativo: tonalità vibranti, sovrapposizioni e contrapposizioni che finiscono per trovare un equilibrio. Quando si trova davanti a una tela bianca, è lei a scegliere il colore o è il colore a suggerirle la direzione?
«Si dice che ogni pittore abbia una propria tavolozza. Io utilizzo praticamente tutti i colori, anche se tendo a evitare il nero e uso il rosso con moderazione, perché non sono tonalità che sento particolarmente mie.
All’inizio scelgo un colore e poi, in base alle sensazioni che mi trasmette, arrivano tutti gli altri. È come seguire indicazioni sottili che percepisco mentre lavoro. Quando dipingo, inoltre, ho la sensazione di essere nuovamente accanto a mio padre.
C’è poi un colore che ricorre spesso nelle mie opere, il cosiddetto “carta da zucchero”, e quello lo devo a mia madre, una donna di grande intelligenza, delicata, originale ed elegante. È legato anche a un ricordo preciso: un armadio che si apre in una boutique del centro di Reggio Calabria e mostra un abito principesco di quel colore. Da bambina ne rimasi folgorata. Evidentemente certe immagini non ci abbandonano mai».
In un periodo relativamente breve il suo lavoro l’ha portata a numerose esposizioni e manifestazioni, ricevendo premi e menzioni d’onore, fino alle esperienze internazionali come Parigi. Quando ha compreso che quella passione privata era ormai diventata un autentico percorso artistico?
«Mi è sembrato tutto un sogno e, per certi versi, non credo di averlo ancora realizzato completamente. Alla mia prima apparizione sulla scena artistica mi sono ritrovata a Spoleto e, nello stesso giorno, un’altra mia opera riceveva una menzione a Palermo, presso la Fondazione Costanza, che da subito mi ha riservato grande attenzione.
Se dovessi scegliere una parola per descrivere quello che provo, direi “frastornata”. Quella prima iniezione di energia mi ha accompagnata nelle manifestazioni successive e ricevere giudizi positivi sul mio lavoro continua a emozionarmi.
Parigi è stata incredibile. Pochi giorni prima di essere ammessa all’esposizione avevo sognato i miei genitori, recentemente scomparsi, e sento che continuino ad accompagnarmi in questo percorso. Quando il gallerista mi ha proposto di prolungare fino alla fine del mese l’esposizione delle mie opere, mi sono sentita profondamente onorata e grata.
Sto iniziando a comprendere che probabilmente le mie “creaturine”, come amo chiamare le opere, cominceranno ad andare in giro per il mondo. E io sarò felice di seguirle.
Non credo sia stato casuale neppure l’incontro con la mia curatrice e storica dell’arte Giada Eva Elisa Tarantino, avvenuto durante la presentazione di una mostra. Sono accadute tante cose e tutte molto velocemente. Mi piace pensare che esista un disegno superiore dietro questo percorso e che mio padre e mia madre continuino, in qualche modo, a farne parte».

Lei dichiara di voler trasmettere attraverso la pittura un messaggio di speranza, bellezza e amore universale. In un’epoca dominata anche da conflitti, inquietudini e immagini violente, scegliere consapevolmente la bellezza può diventare una forma di resistenza? Quale emozione vorrebbe rimanesse nello spettatore dopo l’incontro con una sua opera?
«Credo sia necessario contrastare il male con il bene. Sono credente e nelle mie opere, per chi possiede la sensibilità di leggerlo, esiste anche una componente di misticismo. Vorrei soprattutto riuscire a infondere speranza: la speranza nella possibilità di un mondo migliore.
Credo che chi fa arte abbia anche il compito di alleggerire l’esistenza, dando spazio alla bellezza e cercando di trasmettere meraviglia ed emozioni positive. Tutti affrontiamo il dolore nel corso della vita, ma proprio per questo non sento la necessità di riempire ulteriormente la mente di immagini e sentimenti negativi.
Preferisco provare a diffondere serenità e rassicurazione, senza rinunciare a stimolare il pensiero critico e l’introspezione. È proprio ciò che alcuni critici hanno riconosciuto nelle mie opere e ne sono felice.
Una volta una signora, che si definiva non esperta d’arte, mi ha detto di non sentirsi ancora pronta per alcune mie opere. Quella frase mi ha colpita moltissimo. L’ho considerata un complimento: significava che si trovava davanti a qualcosa di nuovo, qualcosa che richiedeva tempo.
Gli esperti, fin dall’inizio, hanno descritto le mie opere come momenti di quiete in un mondo che corre, capaci al tempo stesso di emozionare e costringere alla riflessione e all’introspezione. Non potrei desiderare definizione più bella».



