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Orhan Dragaš , perché ho scritto il mio libro

“Il potere della percezione”-Quando la realtà perde la battaglia”

Orhan Dragaš , perché ho scritto il mio libro

La necessità di scrivere questo libro è nata quando mi sono reso conto che sempre più persone non considerano più importante nemmeno porsi la domanda su che cosa sia vero.

Questo mi ha inquietato molto più di qualsiasi singola menzogna, operazione di propaganda o manipolazione mediatica.

Orhan Dragaš , perché ho scritto il mio libro

Una menzogna si può scoprire, un’affermazione sbagliata si può correggere, un inganno si può smascherare.

 

Il problema diventa molto più serio quando una persona perde il bisogno stesso di verificare, quando le basta che qualcosa suoni convincente, confermi ciò che già pensa o susciti un’emozione abbastanza forte.

A quel punto non abbiamo più a che fare con una singola falsità, ma con un cambiamento nel meccanismo stesso attraverso il quale decidiamo che cosa siamo disposti ad accettare come realtà.

Per anni mi sono occupato di sicurezza, di valutazione del rischio, di informazione e dei modi in cui persone e istituzioni prendono decisioni sotto pressione.

In quel mondo, un errore di valutazione non è un semplice inconveniente accademico, perché produce conseguenze.

Orhan Dragaš perché ho scritto il mio libro

Un segnale interpretato male, un’intenzione dell’altra parte valutata in modo errato o un dato a cui viene attribuita un’importanza che non merita possono cambiare la decisione di un’intera istituzione. Col tempo ho cominciato a notare qualcosa che mi è sembrato ancora più serio.

Ciò che un tempo apparteneva alle unità di crisi, alle valutazioni d’intelligence e alla propaganda di guerra è diventato l’esperienza quotidiana di quasi chiunque tenga un telefono in mano.

Siamo diventati tutti, in qualche misura, analisti della nostra stessa realtà. Solo che la maggior parte di noi non sa chi seleziona il materiale che analizziamo.

Durante la stesura mi tornava spesso in mente l’immagine di un pilota che si fida dei propri strumenti mentre lo schermo gli restituisce un quadro convincente di quota, velocità e direzione.

Ogni mossa successiva discende logicamente da quei dati, e la sua formazione e la sua esperienza non fanno che aumentare la disciplina con cui prende le decisioni.

Se però quegli strumenti sono stati impercettibilmente tarati per restituire un quadro falso, proprio quel pilota competente porterà l’aereo nella direzione sbagliata proprio perché svolge con serietà il proprio lavoro.

https://orhandragas.com/

Orhan Dragaš , perché ho scritto il mio libro

L’uomo contemporaneo si ritrova sempre più spesso in una cabina simile, nella quale, più che impartire un ordine esplicito, è molto più efficace decidere che cosa vedrà per primo

che cosa gli comparirà dieci volte, che cosa resterà sepolto in profondità, quale titolo farà scattare la paura e quale video accenderà la rabbia. 

La conclusione gli appare poi come propria, mentre il processo che lo ha condotto fin lì rimane invisibile.

Mi tornava anche l’immagine di una nave la cui bussola è stata spostata di pochi gradi. Nelle prime miglia non accade nulla di apparentemente drammatico.

L’equipaggio fa il proprio lavoro, il motore funziona alla perfezione e l’orizzonte appare esattamente come dovrebbe.

Dopo alcuni giorni di navigazione, però, un piccolo errore di rotta si trasforma in una distanza enorme dal porto previsto.

Con la percezione accade qualcosa di simile, perché quasi mai ci porta fuori rotta con una deviazione improvvisa.

Lo fa attraverso una sequenza di minime correzioni di rotta che notiamo appena.

Un titolo che ricordiamo più a lungo del testo, una fotografia che lascia un’impronta più forte della spiegazione, un’affermazione sentita abbastanza volte da diventare familiare e una familiarità che finiamo poi per scambiare per affidabilità.

Dopo molti spostamenti di questo genere possiamo trovarci molto lontani dal punto da cui eravamo partiti senza aver mai registrato il momento preciso in cui abbiamo deviato.

L’espressione «fake news» sfiora appena la superficie del problema di cui mi occupo nel libro.

Offre l’impressione rassicurante che da qualche parte esista un confine netto tra verità e menzogna e che basti individuare l’informazione falsa, etichettarla e tornare al mondo normale.

Il problema è molto più profondo, perché oggi la verità può perdere anche quando nessuno la vieta, la rimuove o la perseguita.

È sufficiente che un’informazione corretta sia più lenta, più complessa e meno potente sul piano emotivo di ciò con cui compete.

Può restare accessibile a tutti e, nello stesso tempo, non essere più vista quasi da nessuno. Un tempo il censore eliminava l’informazione.

Oggi spesso basta sommergerla sotto migliaia di altri contenuti finché scompare semplicemente dalla nostra attenzione.

Nel libro ho usato esempi che mostrano quanto facilmente un’immagine possa diventare più forte delle prove. Elizabeth Holmes e Theranos ne sono un caso quasi perfetto.

Agli investitori non veniva venduta soltanto una tecnologia, ma anche la storia che desideravano vedere.

Una giovane imprenditrice geniale, il dolcevita nero, l’aura di un nuovo Steve Jobs e la promessa che poche gocce di sangue avrebbero cambiato la medicina.

Quando la Securities and Exchange Commission statunitense descrisse una frode protrattasi per anni, attraverso la quale erano stati raccolti dagli investitori più di 700 milioni di dollari, divenne chiaro quanto a lungo un’immagine convincente possa continuare a prevalere sui fatti.

In quel caso mi interessava soprattutto capire perché tante persone intelligenti, affermate ed esperte avessero voluto crederle e quanto il loro bisogno di una grande storia avesse influenzato la valutazione delle prove che avevano davanti agli occhi.

La stessa domanda si può porre molto prima dell’avvento dei social network.

Quando nel 1938 Orson Welles trasmise l’adattamento radiofonico de «La guerra dei mondi» sotto forma di concitati notiziari su un’invasione da Marte, una parte del pubblico prese la finzione per un evento reale.

Molti, presi dal panico, lasciarono le proprie case.

Il contenuto era importante, ma fu soprattutto il formato a conferirgli l’autorità della realtà, attraverso la voce, il ritmo, le interruzioni del programma e la forma familiare dei notiziari e dei servizi radiofonici.

Questo esempio per me è importante perché manda in frantumi una comoda illusione, quella secondo cui la nostra vulnerabilità sarebbe nata con TikTok, X o l’intelligenza artificiale.

La tecnologia ha accelerato e personalizzato qualcosa che è sempre esistito dentro di noi.

Valutiamo i fatti insieme al tono, all’autorità, alla ripetizione, al senso di appartenenza, alla reputazione e alla sensazione che un’informazione produce in noi.

La tecnologia contemporanea ha portato quel vecchio meccanismo umano su scala industriale.

Le piattaforme digitali possono imparare che cosa ci fa arrabbiare, che cosa ci spaventa, su che cosa fermeremo lo sguardo e che cosa ci farà tornare sullo schermo.

Gli effetti possono manifestarsi anche in assenza di un’intenzione politica o ideologica, perché basta che il sistema sia ottimizzato per catturare l’attenzione.

Se la rabbia trattiene l’attenzione più a lungo del dubbio, avremo più rabbia. Se la conferma dei nostri pregiudizi genera più reazioni di un fatto scomodo, riceveremo più conferme.

La macchina può imparare con assoluta indifferenza che cosa ci tiene davanti allo schermo, e il risultato di quell’apprendimento finisce gradualmente per organizzare l’ambiente informativo in cui viviamo.

Proprio per questo i sistemi di raccomandazione delle piattaforme digitali e la progettazione orientata al coinvolgimento degli utenti non sono più soltanto una questione tecnologica o di modello di business.

Riguardano il modo in cui prende forma la realtà pubblica.

Mentre scrivevo, ho dovuto fare i conti anche con le mie debolezze.

Anch’io accolgo più facilmente un’informazione che conferma ciò in cui credo già, noto con maggiore prontezza un argomento che sostiene la mia conclusione e talvolta respingo troppo in fretta ciò che disturba la mia immagine del mondo.

Sarebbe stato molto più facile scrivere un libro in cui i manipolatori sono sempre là fuori, mentre l’autore e il lettore possono sentirsi al sicuro dalla parte della ragione.

Sarebbe stato anche molto più comodo da leggere, ma avrebbe eluso la domanda più importante.

Quanto siamo disposti a riconoscere il nostro ruolo nel meccanismo che critichiamo?

Per questo volevo che il lettore provasse, almeno ogni tanto, il disagio che nasce dal mettere in dubbio le proprie certezze.

Quante delle nostre convinzioni più ferme poggiano su fatti che abbiamo verificato personalmente, e quante sono nate semplicemente perché abbiamo sentito la stessa affermazione abbastanza volte?

La psicologia conosce da tempo l’effetto di verità illusoria, il fenomeno per cui la ripetizione aumenta la probabilità che percepiamo un’affermazione come vera.

Nell’ambiente digitale, una debolezza apparentemente banale diventa una risorsa sociale di enorme potenza.

Quando la stessa frase ci viene riproposta molte volte, da account diversi e in formati differenti, comincia a suonarci familiare, e la nostra mente trasforma con estrema facilità quella familiarità in una sensazione di affidabilità.

Orhan Dragaš , perché ho scritto il mio libro

Mi spaventa soprattutto il momento in cui le persone cominciano a perdere la convinzione che la differenza tra vero e falso conti davvero.

Errori, illusioni e convinzioni sbagliate accompagnano la società umana fin dalle origini, ma una società che non ritiene più che valga la pena stabilire che cosa sia realmente accaduto si trova di fronte a un problema molto più profondo e perde progressivamente l’orientamento.

Se non condividiamo più neppure un accordo minimo su come si accerta ciò che è accaduto, ogni conversazione ricomincia da zero.

Un tribunale comincia ad assomigliare a una gara tra racconti, la medicina diventa una questione di identità, la scienza una questione di lealtà, e perfino il rapporto privato tra due persone può crollare perché non esiste più una versione comune di ciò che è appena successo.

È qui che, per me, comincia il vero tema del libro. La verità fa parte dell’infrastruttura di una società civile e, come ogni altra infrastruttura, tendiamo a notarla soltanto quando comincia a cedere.

Diamo per scontati un ponte, un acquedotto o la rete elettrica finché funzionano, e ne comprendiamo il valore reale soltanto quando crollano o smettono di funzionare.

Lo stesso vale per una realtà condivisa. Non richiede che tutti abbiamo la stessa opinione.

Un dibattito pubblico serio esiste proprio perché possiamo dissentire sul significato dei fatti e, nello stesso tempo, condividere una base minima su quali siano i fatti.

Quando quella base scompare, il confronto smette di essere uno scontro tra argomenti e diventa una serie di monologhi paralleli provenienti da mondi che non si toccano più.

Vorrei che il lettore uscisse da questo libro con un senso del dubbio più sano e con maggiore disciplina nel governare le proprie reazioni.

Chi crede a tutto diventa facilmente oggetto di manipolazione, mentre chi non crede più a nulla finisce in una paralisi nella quale ogni fatto può essere dichiarato ugualmente sospetto.

La mia ambizione è che il lettore diventi più lento proprio là dove il sistema gli chiede di essere veloce, più prudente là dove gli viene offerta l’ebbrezza di un giudizio morale immediato e più curioso proprio quando gli sembra di sapere già tutto.

In un tempo in cui tutti cercano di abbreviarci la strada verso una conclusione, la disponibilità a percorrerla comunque con la propria testa diventa una delle forme più importanti di libertà intellettuale.

Per me «Il potere della percezione – Quando la realtà perde la battaglia» parla di come preservare il diritto di stabilire da soli che cosa sia abbastanza reale da potervi fondare un giudizio, una decisione o un’azione.

La tecnologia resterà parte integrante della nostra vita, le emozioni continueranno a plasmare con forza il nostro pensiero e la percezione resterà il modo attraverso cui facciamo esperienza del mondo.

Proprio per questo dobbiamo imparare a riconoscere il momento in cui la percezione smette di aiutarci a vedere il mondo e comincia invece a riordinarlo in modo che vi riconosciamo soprattutto ciò che ci aspettavamo già di vedere.

Se dovessi dire che cosa vorrei da una persona che si limita anche solo a sfogliare questo libro, le chiederei soltanto qualche secondo in più prima del giudizio definitivo.

Orhan Dragaš , perché ho scritto il mio libro

Vorrei che si fermasse su una pagina abbastanza a lungo da verificare una cosa di cui era assolutamente certa e che, dopo quella verifica, la sua certezza poggiasse su qualcosa di più solido della prima impressione.

Se dopo la lettura non condivide subito una notizia, se controlla una fonte che gli piace con lo stesso rigore con cui controlla una fonte che detesta, se anche una sola volta si domanda se qualcosa sia vero o se gli piaccia soltanto che lo sia, allora il libro avrà fatto più di quanto potessi chiedergli.

Ho scritto questo libro perché credo che la battaglia per la realtà sia ancora in corso e che la sua durata dipenda dalla nostra disponibilità a cercare la verità anche quando non ci conviene.

La verità non ha un algoritmo che le garantisca un vantaggio, non è tenuta a essere avvincente e spesso arriva dopo la menzogna.

Per questo ha bisogno di una decisione umana che scelga comunque di darle tempo e attenzione.

Forse la battaglia più importante del nostro tempo si combatte proprio in quel piccolo spazio tra la prima impressione e il giudizio definitivo, tra ciò che ci viene mostrato e ciò che siamo disposti a verificare.

In quei pochi secondi prima di credere esiste ancora uno spazio nel quale possiamo decidere da soli.

Redazione

Scritto da Redazione

La redazione di VanityClass.

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