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“Responsabili Cittadine” è il cortometraggio perfetto che affronta il catcalling con ironia e speranza

La regista e attrice del corto Carolina De’ Castiglioni e la sua critica sagace e irriverente alla gestione delle pessimi abitudini maschiliste

Immagine dal corto di Carolina de’ Castiglioni

Catcalling: il corto “Responsabili Cittadine” fa riflettere sulle abitudini fin troppo radicate alle origini delle molestie di strada

La ventiquattrenne Carolina De’ Castiglioni è l’attrice, nonché autrice de “Rispettabili cittadine” cortometraggio sul tanto discusso fenomeno del catcalling.

Riproponiamo un articolo sul suo cortometraggio, realizzato nel 2021, ma tuttora estremamente attuale.

Un corto per descrivere il disagio provato dalle donne, in maniera ironica

Un cortometraggio intelligente e pungente per cercare di trasmettere il disagio delle vittime di “complimenti” esagerati e frequentemente inopportuni. Avances fin troppo esplicite. 

In poche parole: sgraditi.

Al punto di lasciare nella donna che li ascolta una sensazione di paura.

(Sì, perché è inevitabile quell’udire e ascoltare, anche involontario, anche nell’affannosa forzatura contro se stesse di chiudere le orecchie. Quel voler fermare il senso di rabbia, timore e frustrazione -n.d.r.-)

La Castiglioni ha girato un filmato breve, ironico, sagace e sarcastico, ai limiti del surreale; è  decisamente provocatoria e invita a far riflettere sulle brutte abitudini e sul modo di gestire le molestie subite per strada dal sesso femminile.

Come (non) rispondere al catcalling secondo l’educatrice Carolina

La donna si cala nel ruolo di un’educatrice che impartisce lezioni sul come non replicare a fischi per strada, se non tramite sorriso pudico, senza ammiccamenti, ed evitare di vestirsi in maniera procace, poiché ritenuto peccato.

Boys will be boys (?) : lo stereotipo patriarcale

Tant’è che alla fine, la donna “insegna”, chiudendo con la frase iconica: “boys will be boys”, invitando le giovani a non scomporsi per queste frasi che spesso mettono a disagio.

L’autrice, non senza inusuale personale imbarazzo, si è ispirata ad una storia personale.

Essa stessa ha subìto catcalling.

Nello specifico, una grave molestia verbale in una giornata apparentemente normale:

  • per strada,
  • di giorno,
  • braccata da un uomo sulla cinquantina che le ha esternato la raccapricciante frase: “Non oso immaginare che meraviglia hai in mezzo alle cosce”.

La volontà, il coraggio e l’intelligenza di Carolina evidenziano che troppo di frequente si ignorano le motivazioni scatenanti l’improvvisa attenzione perversa nell’uomo.

Prende come esempio, fra le depravazioni maschili, le caviglie scoperte.

Ad un certo punto, nei panni dell’insegnante, nel corto banna i vestiti lunghi delle sue allieve, simili ad educande. Motivo? Possono ricordare abiti da notte, perciò da evitare come quelli corti.

Rimarca così la convinzione –evidentemente errata– che tutto sia dipeso dal loro atteggiamento, rendendo l’uomo vittima di pulsioni e provocazioni.

Un escamotage, questo, per denunciare il pericoloso stereotipo che coinvolge l’educazione maschilista, o in ogni caso di stampo patriarcale, ancora impressa nella cultura di moltissime donne.

Occorre una rieducazione culturale, non un’estremizzazione

Prima di girare il corto, laureata con lode in recitazione e filosofia alle New York University Tisch School of the Arts, si è oltreomodo documentata.

Siamo tristemente passati da frasi come “Scusa, sai dov’è via Fighetta Piccola?” degli anni ’50 circa, a “Se ti giri ancora una volta ti sc*po”. Evidentemente, non può essere descritta come semplice frase di convenevole goliardico, bensì assume il significato sinistro di una vera minaccia. Che fa rabbia e altrettanta paura; a qualsivoglia bambina, ragazza, donna, anziana che se la senta dire.

Studi recenti hanno affermato che almeno l’80% delle giovanissime ha affrontato situazioni imbarazzanti accompagnate da espressioni volgari nei loro confronti.

Come se ciò non fosse sufficiente, per queste molestie verbali, molte di queste ragazze coinvolte prova vergogna.

La concezione sui cui occorre lavorare invece è quella della difesa delle donne, che sono, come nei casi di molestie fisiche, regolarmente le vittime.

Rimane da tenere in conto la valutazione del contesto e la corretta percezione del disagio.

Non solo per timore a livello umano, ma anche di sicurezza per me stessa, e per le persone con me.

E mi assumo la responsabilità di assumere un parere personale come donna.

Come tale, ho avuto anche io il mio numero di occhi addosso, sgradevoli fischi per strada.

A volte, dopo una serata con amiche, ho sentito la necessità di cambiare strada di fronte ad un gruppo di ragazzi ubriachi un po’ troppo invadenti.

Senza esprimermi in difesa di coloro che personalmente definisco schifosi è da differenziare quanto un “ciao bella”, espresso con timida finta spavalderia al di fuori di un locale da un ragazzo di bell’aspetto, senza alcun altro tipo di proseguo, può far salire l’autostima.

Dall’altra parte, assume a volte un tono seccante, se pronunciata da un uomo meno affascinante, o di età sicuramente superiore rispetto a quello delle ragazze prese di mira.

Pertanto è a mio parere necessario contestualizzare al meglio, e non estremizzare. Con il rischio che già una difficile comunicazione fra persone venga fraintesa.

Senza più la libertà di rapportarsi con il sesso opposto, vissuto con timore di condanna a monte per un complimento che (e SE) tale rimane. (Teoria ilarmente sostenuta da Anna Falchi o da Diana Del Bufalo, diametralmente opposte alla visione, ad esempio, di Aurora Ramazzotti).

Dalle molestie verbali al rovesciamento delle vittime: il Victim blaming

Due sono i punti necessari da tenere ben saldi: 

  • serve sempre più una ferma educazione che induca gli uomini a un maggior rispetto verso la donna, a considerarla prima di tutto come persona. Senziente, forte con e delle sue fragilità. Pertanto, deve essere chiaro che ogni essere umano è tale, prima di tutto, e nessuna donna dev’essere messa in palese difficoltà anche se soltanto con frasi discutibili. Men che meno con  atteggiamenti fisici molesti, come nel caso di Carolina. 
  • non può e non deve importare l’aspetto né l’avvenenza di una donna. Giocoforza, non può nemmeno essere costretta ad utilizzare un abbigliamento che non la lasci sentire se stessa, per evitare critiche o, peggio, episodi di catcalling.

Purtroppo, in questa società evidentemente persa fra ciò che è buono nel reale e ciò che resta di valori di empatia e osservanza dei più banali concetti di socialità, tanto decantati sui social, si è giunti a un fenomeno inverso. 

Si è quasi abituati (potremmo definirlo un retaggio della società maschilista e patriarcale, ma basterebbe usare meno stereotipi e maggior senso di civiltà -n.d.r-) a situazioni in cui la vittima di molestie, siano esse fisiche o limitatesi al catcalling, come qualcuna che “se l’è cercata”. 

Questo fenomeno, tristemente e vergognosamente grottesco è il victim blaming.

Si tratta di un’attitudine, un processo di accusa alle vittime, purtroppo ancora attuale, che a volte a causa dello shock e del timore di essere giudicate, non trovano il coraggio di esprimere il trauma fisico e psicologico.

Dal catcalling alle violenze fisiche: casi emblematici

La conseguenza peggiore è la grande parte di vittime che temono di denunciare atti di violenze, che magari riescono a fare solo dopo lunghi e dolorosi anni. 

Nello specifico, non possiamo non citare come esempi maxi casi mediatici come quello di Harvey Weinstein, con il conseguente movimento del #MeToo

Presto sarà realizzata anche una pellicola sul processo, che attualmente è in fase di revisione, fra accuse e difese agguerrite. 

Un altro esempio lampante è il caso di Alberto Genovese e Terrazza Sentimento, con tutte le nefandezze che sono trapelate al suo intero.

Ancora, non può non essere menzionato il deplorevole tentativo di difesa di Beppe Grillo nei confronti del figlio Ciro e degli amici, a scapito di una ragazza stuprata in gruppo.

Ultima, ma non meno pesante, l’accusa da parte dell’Associazione «Change the game» a tutela delle ginnaste.

Molte giovanissime atlete hanno denunciato di aver subito vessazioni, umiliazioni e costrizioni fisiche (perdita di peso, inducendo disturbi alimentari nelle campionesse in erba, come ha denunciato Giulia Galtarossa), oltre abusi sessuali che arrivano dal mondo del calcio e del volley. 

E, ancor più grave, questo avveniva all’interno delle società sportive, di allenatrici e allenatori, coloro che avrebbero dovuto tutelare e sviluppare il potenziale delle giovani.

Tornando a “Responsabili Cittadine” e alla sua ideatrice Carolina De’ Castiglioni, il cui progetto è sostenuto da Wannabesafe e Catcalls of Milan. Con questo cortometraggio, la regista si augura s’inneschi un piccolo cambiamento sociale.

Sebbene sia consapevole che ciò impiegherà ancora anni ad affermarsi in Italia, la De’ Castiglioni spera possa aiutare a smuovere le coscienze con la creazione di una legge sul catcalling.

Ma cos’è, esattamente, il catcalling?

Difatti, in Italia il catcalling è definito l’insieme delle molestie verbali o “da strada”

Per quanto, oggettivamente sempre molto spiacevoli da subire, non sono ad oggi considerate un reato, secondo legge.

Combatterlo equivale a limitare i comportamenti di natura sessuale o sessista che ledono la dignità di una persona, in ragione del loro carattere degradante o umiliante, o che creano situazioni intimidatorie, ostili o offensive. 

A differenza del nostro Paese, in Francia la legge che condanna espressamente i molestatori verbali  già dal 2018. 

Il lato più drammatico, che con “Responsabili Cittadine” si cerca di far trapelare, è l’impatto che il catcalling ha sulla vita delle vittime. Addirittura, il 13% di loro ha avuto a che fare con molestie da strada già all’età inferiore ai dieci anni. Con ripercussioni sulla scuola, sul lavoro, per le donne più adulte, e sulle abitudini, cambiando ad esempio strada per non incorrere in episodi similari. 

Molte raccontano di essere state seguite da uno o più uomini, come ho scritto per personale esperienza, non certamente appagante.

L’educazione al rispetto

Nel frattempo, insegnare ad uomini di ogni età, a partire dai bambini, al rispetto, all’umanità, all’evoluzione verso un atteggiamento e una predisposizione meno animalesca non può che essere una delle prime soluzioni tangibili per costruire una realtà dove la sicurezza verso se stessi e il mondo non sia qualcosa da cui fuggire. Senza pericolose finzioni.

Non dimentichiamoci che siamo a ridosso della giornata mondiale contro la violenza sulle donne, che avrà luogo il 25 Novembre, e che un primo passo, semplice ed essenziale, è una buona educazione, la compostezza e il riguardo nel rapportarsi con il genere femminile. Da parte delle istituzioni, non derubricare più il fatto a semplice apprezzamento, sarebbe un secondo enorme passo.

Senza più i fischi all’uscita di un coiffeur, né commenti da allupati in stile Vacanze di Natale.

Con buona pace dei Vanzina e dei Vitelloni. 

Per una volta, un po’ tutti responsabili cittadini.

Veronica Fino

 

 

Redazione

Scritto da Redazione

La redazione di VanityClass.

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