Martina Melgazzi e la doppia vita delle donne, tra essere e apparire

In Cuorespina, Martina Melgazzi non racconta soltanto la caduta e la rinascita di una giovane nobildonna, ma anche le crepe di un’intera società alle prese con superstizioni, religione, ruoli imposti e desideri soffocati.
Con una scrittura vivida e tagliente, l’autrice attraversa temi senza tempo: il potere delle madri, la vulnerabilità delle ragazze, le aspettative sociali e l’inevitabile scontro tra identità e destino.
Le abbiamo posto alcune domande per approfondire le radici e le intenzioni del suo romanzo.
Nel romanzo emergono molte dinamiche di rivalità, gelosia e alleanza tra donne. Quanto è stato importante raccontare anche la complessità dei rapporti femminili?
Raccontare la complessità dei rapporti femminili era inevitabile, perché Cuorespina nasce proprio dall’idea che lo spazio delle donne non sia mai semplice, lineare o pacificato.
Volevo restituire quella dimensione fatta di sguardi taglienti, di giudizi velati, di solidarietà improvvise, di affetto che si mescola alla diffidenza, perché è così che spesso le relazioni crescono quando si vive dentro ruoli stretti e destini già scritti.
Non mi interessava creare un universo femminile idealizzato o sempre solidale: mi interessava mostrarlo vero, con le contraddizioni che lo attraversano e che spesso la narrativa tende a semplificare.

In un’epoca in cui l’unica cosa che le donne possedevano davvero era la propria reputazione, ogni gesto diventava politico, ogni parola poteva incrinare un equilibrio.
Le rivalità non nascono dal “carattere”, ma da sistemi di potere interiorizzati; le alleanze, allo stesso modo, non sono scontate ma preziose, perché vanno costruite in mezzo alla paura, al dovere e alla pressione sociale.
Molti personaggi femminili di Cuorespina sembrano vivere, peraltro, una doppia vita: quella che mostrano e quella che provano davvero.
Quanto è centrale per te il tema della maschera sociale, soprattutto nel mondo femminile?
Il tema della maschera sociale, soprattutto per le donne dell’Ottocento, è praticamente il cuore pulsante del romanzo. In quell’epoca (ma in buona parte anche oggi) l’identità femminile veniva filtrata, limata, corretta dagli occhi degli altri.
Non esisteva lo spazio per mostrarsi intere: bisognava essere composte, obbedienti, utili alla famiglia, decorose.

La maschera non era un trucco, era un’armatura.
E la cosa più violenta era che questa armatura finiva per diventare parte di te, fino a non distinguere più ciò che senti da ciò che è stato deciso che tu debba sentire.
In Cuorespina ho lavorato molto su questa tensione:
Fiore è consapevole del proprio ruolo e, allo stesso tempo, ne è soffocata;
Margherita indossa la maschera meglio di chiunque, ma sotto c’è una fame di controllo che la consuma; Ada cambia volto a seconda di chi ha davanti, perché è il suo unico modo per resistere.
Ogni donna del libro vive questo conflitto tra il “come devo essere vista” e il “chi sono davvero”, e spesso il dramma nasce proprio dalla distanza tra queste due dimensioni.
Cosimo è un marito imposto e tutt’altro che ideale. Hai voluto rappresentare un modello maschile specifico o un’intera mentalità dell’epoca?
Cosimo non nasce come caricatura di “un uomo cattivo”, né come il simbolo isolato di una mascolinità tossica.
Per me rappresenta soprattutto una mentalità, un sistema.
È il prodotto di un’educazione che gli ha insegnato a desiderare senza domandare, a pretendere senza capire, a considerare le donne un’estensione del proprio potere familiare.
Non è un genio del male: è un uomo cresciuto nel pieno della sicurezza che tutto ciò che vuole gli spetti per diritto di nascita.
E questo, secondo me, è molto più inquietante di un antagonista consapevole.
Nel costruirlo volevo che fosse sgradevole, sì, ma soprattutto profondamente credibile, perché quel tipo di uomo, e di mentalità, esisteva allora e non è scomparso del tutto oggi.
Cosimo incarna la violenza silenziosa dell’epoca: quella che non ha bisogno “solo” di urlare o colpire per ferire, perché si muove attraverso le regole sociali, il matrimonio, il denaro, la reputazione.
È un uomo che pensa di “fare ciò che va fatto”, convinto che la sua volontà sia la realtà.
C’è stato un personaggio particolarmente difficile da costruire?
Sì, e senza esitazioni ti direi proprio Margherita, la madre di Fiore. Non tanto perché fosse difficile “capirla”, quanto perché era facile fraintenderla mentre la scrivevo.
È un personaggio che vive in una zona grigia costante: ama a modo suo, manipola per necessità, sopravvive attraverso il controllo.
Dovevo evitare due trappole: quella della madre-mostro e quella della madre-vittima.
Margherita non è nessuna delle due cose e al tempo stesso è entrambe, a seconda dello sguardo con cui la si osserva.

Scriverla ha significato imparare a respirare insieme a lei, dentro la sua logica, che spesso è fredda, durissima, ma anche intrisa di una devozione distorta per la figlia.
Ogni sua scelta è una negoziazione tra paura, ambizione, classe sociale e affetto.
Trovare l’equilibrio era complicato, perché bastava un dettaglio sbilanciato per farla sembrare troppo crudele o troppo “giustificabile”.
La religione e la superstizione giocano un ruolo importante nella vallata di Bosconovo. Cosa rappresenta per te la tensione tra fede, paura e controllo sociale?
La religione, a Bosconovo, non è mai soltanto religione: è un dispositivo sociale, un argine, una minaccia sottile, una grammatica collettiva che stabilisce cosa è giusto, cosa è sbagliato e chi ha il diritto di dirlo.
La superstizione, poi, è la sua ombra più istintiva: nasce dove il dogma non basta, dove la gente ha bisogno di spiegarsi il mondo anche con ciò che non comprende.
Questa tensione mi interessava perché racconta molto più di un semplice villaggio ottocentesco: parla di come le comunità gestiscono la paura, e soprattutto di come la trasformano in potere.
Nella vallata di Bosconovo, fede e superstizione convivono come due lati dello stesso strumento di controllo.
Le preghiere rassicurano, i rituali incutono timore, le dicerie mettono in riga. Le donne, in particolare, subiscono questa pressione doppia: da un lato devono incarnare il decoro religioso, dall’altro diventano bersaglio di sospetti ogni volta che escono dai confini socialmente accettati.
Questa dinamica è antica, ma continua a riproporsi in mille forme diverse.
Per me era importante restituire questa tensione non come folclore, ma come qualcosa di estremamente umano: la paura crea comunità, ma crea anche gerarchie; consola e punisce allo stesso tempo.
Per concludere: c’è una domanda su questo libro che non ti è mai stata posta e a cui vorresti rispondere?
Forse la domanda che nessuno mi fa mai, e che invece mi piacerebbe affrontare, è questa: “Qual è la ferita nascosta di Cuorespina?”
Non intesa come la trama o il trauma iniziale, ma come la fessura emotiva da cui davvero nasce tutto.
Perché Cuorespina, prima ancora di essere la storia di una contessina travolta dagli eventi, è un romanzo che si interroga sul prezzo dell’adattamento.
Su quanto dobbiamo stringerci, piegarci, smussarci per poter stare al mondo.
Su quante versioni di noi stessi abbandoniamo per sopravvivere alle aspettative degli altri, della famiglia, del paese, della società intera.
Mi sarebbe piaciuto che qualcuno mi chiedesse cosa resta, alla fine, di una persona quando si toglie quella corazza.
Perché Fiore, nel romanzo, è costretta a farlo pezzo dopo pezzo: a guardare ciò che c’è sotto, le parti fragili, le parti di rabbia, le parti che non si dicono.
E credo che sia proprio lì che si annida la verità del libro: nella domanda scomoda su chi diventiamo quando smettiamo di essere chi dovremmo essere.


