in

TULLIO SOLENGHI: CON GOVI METTO IN SCENA LA “GENOVESITÀ”

CELEBRA I SETTANT’ANNI DALLA SCOMPARSA DELLA MASCHERA DEL TEATRO GENOVESE

TULLIO SOLENGHI: CON GOVI METTO IN SCENA LA “GENOVESITÀ”

AL QUIRINO DI ROMA CON PIGNASECCA E PIGNAVERDE, LA MARATONA GOVIANA DI TULLIO SOLENGHI

CELEBRA I SETTANT’ANNI DALLA SCOMPARSA DELLA MASCHERA DEL TEATRO GENOVESE

di Emilio Sturla Furnò

TULLIO SOLENGHI: CON GOVI METTO IN SCENA LA “GENOVESITÀ”

Davvero un bel modo per ricordare Gilberto Govi ad oltre settant’anni dalla sua scomparsa.

Rappresentazioni sold out nei teatri di tutta Italia per il tributo all’indimenticato maestro del teatro genovese ed alla sua terra che Tullio Solenghi porta in scena da alcuni anni.

Con la commedia Pignasecca e Pignaverde – spettacolo prodotto dal Teatro Sociale di Camogli che ritorna a grande richiesta al Teatro Quirino di Roma dal 21 al 26 aprile – Solenghi conferma di aver vinto una scommessa.

Un lavoro perfetto per entrare nei panni di Govi, assumendone la voce e le sembianze.

Un successo nazionale sostenuto anche da un grande lavoro di squadra per ricreare la sempreverde opera goviana scritta da Emerico Valentinetti nel 1957

con l’adattamento del testo a cura dello stesso Solenghi e di Margherita Rubino, mentre le scene e costumi sono di Davide Livermore.

Una vera e propria maratona dedicata alla commedia di Govi che prosegue con la ripresa di Colpi di Timone in alcune date liguri per poi concludere dal 6 al 10 maggio al Teatro Carcano di Milano.

Un grande impegno premiato anche dal passaggio in tv con l’inserimento dello spettacolo intero su Rai 5 e, on demand, su Rai Play.

Pignasecca e Pignaverde di Gilberto Govi, un classico del teatro genovese. Una delle commedie degli equivoci per eccellenza. Perché ha scelto di portare in scena proprio quest’opera?

TULLIO SOLENGHI: CON GOVI METTO IN SCENA LA “GENOVESITÀ”

Delle tre opere di Govi che ho voluto riportare in scena questa rappresenta una tappa intermedia in cui la maschera goviana, oltre alla consueta esilaranza, alterna anche tinte più ombrose rendendo il personaggio di Felice Pastorino più complesso.

Chiude con Roma una lunga tournée con questo piccolo capolavoro di Govi in cui è protagonista e regista.

Aveva, tra l’altro, già portato in scena con grande successo I Maneggi per maritare una figlia.

Da alcuni mesi, la vediamo sul palco anche con Colpi di Timone, altra commedia di Govi. Possiamo definire Tullio Solenghi un “alfiere della genovesità”?

Il vero alfiere rimane il nostro capostipite, Gilberto Govi; io mi definirei un “ripropositore di genovesità”.

Mi piacerebbe realizzare una “maratona Govi” in cui riproporre consecutivamente i miei tre spettacoli goviani.

Dove si può ravvisare l’attualità di un grande attore come Gilberto Govi?

Io credo che Gilberto Govi rappresenti uno degli ultimi grandi protagonisti del teatro nella sua essenza più vitale, dove un gigante della scena condivideva la propria arte con un pubblico complice e partecipe in una sorta di rito collettivo

Esattamente ciò che accade ogni sera con gli spettacoli che ho riproposto. Il fatto che questo rito si ripeta dopo più di settant’anni è l’inequivocabile riprova della loro attualità.  

Al di là delle rappresentazioni in Liguria – di fronte a spettatori che possono comprendere il dialetto genovese e l’originale filosofia di vita dei liguri – come è stato recepito il progetto nel resto dell’Italia dove ha girato a lungo con lo spettacolo?

Non credo esista un problema di “latitudine” quando si parla di Govi; allora come oggi, la sua arte scenica si fa comprendere ed apprezzare ovunque siamo stati, da Roma a Locarno. 

Il teatro dialettale può rappresentare, oggi, un’opportunità, un mezzo utile per mantenere vive le “lingue locali” e tramandarle alle nuove generazioni?

Il dialetto è un tesoro inestimabile in cui si riflette il nostro DNA, dare spazio al teatro in vernacolo credo che sia un’esigenza fisiologica, un rispetto delle nostre origini, del linguaggio dei nostri padri, della nostra identità.

Trucco e parrucco perfetti per trasformarsi con voce, anima e corpo nella maschera goviana. Quali sono le caratteristiche su cui ha dovuto maggiormente lavorare?

Ho studiato la maschera Govi nei minimi dettagli, mimica, inflessione della voce, movenze, pause, realizzando una sorta di clonazione, secondo me necessaria poiché Govi era anche autore sulla scena, contribuendo in maniera determinante alla drammaturgia su cui si basava, che spesso faticava a tenere il passo del grande protagonista.

I genovesi quando sono tacciati di avarizia dicono di se stessi: non siamo avari, siamo parsimoniosi. Qual è la differenza?

L’avarizia di cui spesso siamo tacciati parte secondo me da una connotazione ambientale, direi geografica.

Il contadino ligure ha sempre avuto a che fare con un territorio impervio di colline e montagne;

quindi ha dovuto crearsi gli spazi per seminare/piantare con un terreno terrazzato ricavato con i muri a secco, niente a che vedere ad esempio con l’orizzontalità di una Padania.

È inevitabile quindi che il frutto ligure ne uscirà ben più sofferto e quindi molto più prezioso e “custodito”. La parsimonia che spesso si coniuga con l’avarizia credo che parta da qui. 

In Pignasecca e Pignaverde è affiancato da un cast d’eccezione tra cui Mauro Pirovano, Roberto Alinghieri, Stefania Pepe e Laura Repetto.

Un’affinità perfetta sulla scena. Quale è il segreto del Vostro affiatamento?

Averli scelti non solo per il loro talento, ma anche per la sintonia che c’è fra noi, bene prezioso che tiene in vita una compagnia itinerante come quella di noi teatranti, una sorta di salutare famiglia nomade.

Lei ha raccontato in una recente intervista dell’equilibrio che ha saputo raggiungere nel tempo tra amore e lavoro. Ci svela il suo segreto?

Non perdere mai il senso della vita, le sue priorità, le sue preziosità, tenendo ben distinto il privato dal pubblico, e valutando questa professione al pari di tante altre, senza mai sentirsi dei privilegiati.

Neanche negli anni di maggior successo del Trio ci sentivamo dei “divi”, una salute mentale che si è formata nelle nostre comuni militanze teatrali.

Una carriera preziosa e lunga. Nel cuore e nella memoria del pubblico resta Il Trio creato assieme a Massimo Lopez e l’indimenticata Anna Marchesini (n.d.r. gruppo unito dal 1982 al 1994) Cosa rappresentano, oggi, il Trio e quel periodo?

Una meravigliosa avventura di tre amici che si sono divertiti con i loro talenti creando qualcosa che, a mio avviso, è rimasto unico nello spettacolo italiano. 

Ne è la riprova il fatto che ancor oggi si faccia riferimento a noi e a quello che negli anni è diventato un cult, i nostri Promessi Sposi.

Tra il 2024 e il 2025 è stato protagonista assieme a Lopez dell’applauditissimo Dove eravamo rimasti. Due ore di sketch, gag, parodie, musica.

E un tenero e toccante ricordo di Anna Marchesini. È previsto un ritorno dello spettacolo?

No, Dove eravamo rimasti, dopo tre stagioni e quasi 300 repliche lo abbiamo giustamente messo in soffitta, continuando per ora con dei percorsi singoli, ma, mai dire mai.

Guardando a ritroso nella sua vita professionale, c’è qualcosa che non rifarebbe? Vi è qualcosa che Le è mancato o è rimasto in sospeso e sta pensando di realizzare?

No, rifarei tutto quanto, anche qualche scelta sbagliata, inevitabile, è sempre stata foriera di un nuovo inizio, di nuove idee.

TULLIO SOLENGHI: CON GOVI METTO IN SCENA LA “GENOVESITÀ”

L’unico rammarico, rimane quello per il film che nell’epoca d’oro del Trio nessun produttore ebbe il coraggio di farci realizzare.

S’intitolava La Cicogna Strabica ed anticipava le tematiche della genitorialità e dei vari tentativi di avere un figlio. Ettore Scola ci fece l’onore di darci un aiuto come esimio consulente, ma neanche questo, ahimè, bastò.

Teatro, Cinema, Televisione: nell’ordine qual è il primo grande amore e perché?

Io mi considero soprattutto un attore di teatro, senza ovviamente rinnegare tutto il resto.

Il contatto diretto e leale col pubblico è sempre stato ciò che mi ha attratto del mio lavoro e a più di cinquant’anni dai miei esordi è ancora magicamente così.  

Se dovesse spiegare ad una classe di allievi che studiano teatro e recitazione, come definirebbe il concetto di comicità?

Comicità è riuscire a guardare la realtà con una sorta di “occhio strabico” cogliendone gli aspetti più insoliti, bizzarri e stravaganti che la maggior parte delle persone non percepisce. 

Ai giovani che scelgono il teatro e lo spettacolo come strada di vita e professione, quali sono i consigli – ed avvertimenti – che si sente di dare?

Misurare, innanzitutto, il proprio talento; questa professione può anche essere crudele, non ammette la minima incapacità.

E, poi, trattarla come una professione, con il giusto distacco dalla vita reale.   

TULLIO SOLENGHI: CON GOVI METTO IN SCENA LA “GENOVESITÀ”

Lei è molto presente sui social. Il suo motto su Instagram è un pensiero di Einstein:

“Ci sono due modi di vivere la vita: uno è pensare che niente è un miracolo, l’altro è pensare che ogni cosa è un miracolo”.

Qual è il “suo modo” tra queste due scelte?

Decisamente “ogni cosa è un miracolo”, a dispetto di tutte le nefandezze che spesso tentano di sommergerci, vedi il precario equilibrio a cui è sottoposta la pacifica coesistenza tra i popoli.

Se quei due o tre pazzi che oggi governano il mondo avessero presente questa massima, potremmo finalmente sentirci un solo unico e meraviglioso popolo …

come cantava John Lennon nel suo sublime Imagine.  

 

 

 

 

Redazione

Scritto da Redazione

La redazione di VanityClass.

Temporary shop TA-DAAN alle 5VIE per il Fuorisalone

Beauty Cocktail: a Roma la bellezza incontra la scienza