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Ruffini, quel bravo “Ragazzaccio”

Paolo Ruffini si racconta in sala e fra le parole dietro ai suoi spettacoli e i suoi progetti futuri.Bullismo, Alzeihmer, inclusione i temi più a cuore

Paolo Ruffini, eterno ragazzaccio dal cuore d’oro

Il dialogo con il pubblico

Paolo Ruffini è un ragazzaccio di quelli buoni, pieni di poesia, risate e fine consapevolezza dell’arte cinematografica. 

Riparto da ciò che ho già raccontato con una recensione onesta e altrettanto personale sul suo lungometraggio “Ragazzaccio“.

Film che ho potuto vedere con lui in sala il 24 Novembre scorso al CineTeatro Agorà di Carate Brianza.

Dietro di me, in seconda fila, un pubblico che attendeva fra la smania e la curiosità. Insieme a Paolo, una delle attrici, nonché curatrice delle musiche, Claudia Campolongo con il performer Gianluca Sambataro. 

Se è stato primariamente doveroso soffermarsi sul film presentato, le tematiche delicate e non così lontane da noi.

Io stessa, sto scrivendo questo pezzo dal letto perché contagiata dal Covid-19, nonostante le mille e una precauzioni da sembrare a volte un cavaliere templare. Con tanto di scudo e visiera.

(Questa informazione non è data per accrescere pena. I malati non ne hanno mai bisogno, e nemmeno importerà forse ai lettori, ma posso aggiungere che l’essere un “caso fragile” con 4 dosi di vaccino ha reso la forma non tanto aggressiva, nonostante i piani scombinati.

Per il mio compagno, con una dose in meno, la cosa si è fatta più seria tanto da ricorrere al 118, poi risoltasi.  -n.d.r.-)

Ok, troppo, TROPPO off-topic. Il messaggio è fare comunque sempre attenzione a come ci rapportiamo agli, con e per gli altri. 

All’inizio della serata, prima della proiezione, Ruffini sale sul palco della sala teatro in pantalone cargo e maglione color ocra gialla. Ai piedi, due anfibi marroni che confermano l’idea grunge da ragazzaccio che egli stesso vuole dare. 

A seguire, sarà Claudia a confermare questa caratteristica, ammettendo quanto di più appare visibile fin da subito a tutti: la sua grande sensibilità verso i più fragili. 

Per fortuna il cinema è in orizzontale

Ruffini elogia la grandezza del pensiero, e per farlo usa -mostra con mano- la metafora dell’orizzonte, o meglio, dell’orizzontale, con il suo smartphone: per fare un selfie collettivo, basta  girarlo e allargare la visuale. 

Così si ottiene un’immagine più ampia e nitida, che comprende quante più persone possibili.

Allo stesso modo, aggiunge, agisce il cinema. 

Scattandosi una foto a noi pubblico presente, esclama:

«Per fortuna il cinema è in orizzontale. io quando penso ai sogni che nascono e si muovono, li penso in orizzontale, e in questa dimensione è il cinema»

Si complimenta con i partecipanti per essere davanti ad uno schermo, aver scelto consapevolmente di andare al cinema. in seguito, prosegue scherzando con tutti, e con l’emozione, innegabile. (Per quanto lui ironicamente la riduca a “una cosetta” -n.d.r.-)

“Ragazzaccio”

Parlando di “Ragazzaccio”, il regista (che nel film non interpreta alcun personaggio) non manca di evidenziare l’affetto verso il progetto, di cui è particolarmente fiero e pieno di gioia e speranze.

È un film storico (e sorride rivolgendosi a chi, come me, indossa ancora una mascherina. “I nostalgici”), e prima fa una velata critica alla scelta di tenere chiuse le sale di cinema e teatri, una volta palesata la non diffusione virale al loro interno.

Troppo tempo, valso una crisi di settore senza precedenti. 

La crisi del cinema

Durante la presentazione Ruffini spiegherà  che sono stati prodotti ben 400 film durante gli anni di pandemia, e non si sa quanti verranno alla luce e dove, nel senso di quale piattaforma, o sala verranno resi visibili. 

Con nuovo cenno alla dimensione orizzontale del cinema, sostiene che questa sia la sola arte ad avere anche un luogo.

Nondimeno, prima, quando si dava il cinema –settore– per scontato, si diceva quando esce, e ora invece sempre più spesso si chiede dove uscirà? 

Questa sorta di speculazione è dovuta anche alla tax-credit che “porta a fare film un po’ a tutti” (il tono diventa più forzosamente e velatamente sarcastico, ma non smentisce l’amarezza). 

Pochi, tuttavia, sono i film che hanno affrontato il tema del Covid.

E l’attore direttore ringrazia le critiche ricevute, in particolare quelle in parallelo con il linguaggio del film, volutamente crudo e diretto, per rispettare adesione e verità dei ragazzi, che sono loro stessi nella pellicola. 

Film neorealista?

Senza falsa modestia, riconosce che qualcuno ha definito “Ragazzaccio” come neorealista per la scelta linguistica e stilistica voluta, non paragonandosi tuttavia a Rossellini, Visconti o De Sica (Vittorio).

Tuttavia, la visione di base è di stampo realista o neorealista, e la scelta di attori adolescenti non professionisti la rinforza.

Quelli scelti per interpretare “Ragazzaccio”

non sono i giovani che siete abituati a vedere sullo schermo, ovvero giovani visti da adulti. Sono giovani visti da giovani, straordinari attori.

Menzionando il cast, lo ringrazia per averlo lusingato della loro presenza.

La pellicola è ambientata durante il periodo del lockdown ed è un film dedicato ai ragazzi in particolari.

E si sofferma su tre di essi in sala con il cellulare in mano, sostenendo come quello sia il luogo dove il telefono andrebbe tenuto in tasca, per vivere appieno l’esperienza narrata.

Fra imbarazzi e risate, la proiezione ha inizio, con la promessa del toscano di tornare dopo la fine, a patto di non vedere “cassette di pomodori” da lanciare da parte degli ospiti in sala. 

“Più per il cinema, che per me”, ride e fa sorridere. 

Il rapporto speciale con il produttore

Ruffini racconta di non essersi mai sentito così protagonista di un film come in questa occasione, e ringrazia Simone Valenza, che invita al centro del palco, quasi spinto da Claudia.

Nella vita, quando io penso al futuro e quando penso a qualcosa che mi possa stupire, penso sempre ad incontrare una persona che non conosco e che è generosa con me. 

Quando incontri qualcuno che è perbene, onesto, di parola e che fa qualcosa per te, è innato chiedersi dove sia la fregatura. Questo, per una questione di morale attuale totalmente rovesciata.

Ma, al contrario, Simone è così. Con un animo di impresa e grande animo artistico. Valenza è tanto commosso quanto noi del pubblico che cogliamo l’amicizia che narra il cineasta. Preziosa, difficile, osiamo pensare, per alcuni ambienti. 

Simone, a sua volta, ringrazia Paolo e definisce il film non bello, ma stupendo.

Come ciò che aggiunge in riferimento a Paolo: due grandi suoi occhi azzurri, il modo di fare allegro e con un cuore grande.

«Guardando il film, prosegue, si può vedere quanto grande sia il cuore di Ruffini e l’amore che ci ha messo per portarlo alla luce. Non a caso, dice Valenza, è un film che parla d’amore.»

Il film è una carezza

Il poliedrico Ruffini, nelle vesti di presentatore, spiega come il suo film sia «una carezza».

Continua asserendo di come abbiamo passato due anni cercando di dimenticare due anni trascorsi in modo tanto delicato e strano. Eppure, è questo che ha creato in lui la spinta per parlare di una tematica tanto complessa come il lockdown.

Ricordando di come quando si era piccoli, egli stesso, si fosse condizionati dalle punizioni nel non uscire e rimanere nelle cambrette, coglie occasione per dire che i giovani sono stati un po’ colpiti e colpevolizzati da qualcosa di più grande di loro. 

Si è chiesto se questo lockdown fosse una punizione, Ruffini, e in qualche modo come avrebbe vissuto lui quel periodo a quella stessa condizione. 

La punizione l’abbiamo subita e vissuta tutti, con la differenza che tre mesi nel percorso formativo degli adolescenti non incidono oggettivamente allo stesso modo  per le età più adulte. 

Paolo perciò critica a modo suo la gestione delle priorità date durante il periodo (“pensiamo ai bassotti che devono uscire e alle loro necessità”. Naturalmente, senza offendere l’importanza degli amici animali che hanno aiutato moltissimo durante le fasi più acute di pandemia). 

Non dimentica chi è stato dimenticato seriamente: ragazzi, persone affette da disabilità e criticità in famiglia, per dare spazio ai corridori della domenica.

Gli adolescenti in particolare hanno portato sulle spalle notizie, immagini estreme, impresse in tutti, e informazioni caotiche che li hanno portati al non capire come una malattia che non avesse grande incidenza sulla loro salute potesse condizionare così le loro vite. 

Un senso di colpa immeritato che li ha spaventati e fatti vivere nel terrore di contagiare e ammalare i propri cari.

Spaventosa solo l’idea, come il ricordo, che Ruffini spiega di aver visto con la Campolongo, delle drammatiche immagini deicarri armati con le bare dei morti della Bergamasca, portate chissà dove, nel silenzio delle lunghissime notti, scandite solo dalle sirene.

Toccante il ricordo del Santo Padre. Solo, sotto la pioggia battente, a parlare di tenebre che offuscavano le nostre case. 

Adolescenti, bulli e pandemia

Nel racconto della concezione della trama, il regista si è chiesto, spaventandosi egli stesso di fronte a simili visioni, di come potesse un bullo, che sfoga la frustrazione sugli altri, già solito pensare al mondo che fa schifo, rimanere nella convinzione che il mondo fosse davvero “uno schifo”.

Ruffini si è messo nei panni di quel bullo. Senza mai giustificare la piaga sociale dei nostri tempi, il bullismo, ma cercare di inquadrarla, o comprenderla perlomeno. 

Capire, analizzare per affrontare o trovare un modo per combattere il bullismo è uno dei propositi del film (e del suo autore). Come poteva sentirsi un ragazzo in una famiglia anaffettiva con tanti problemi?

Chiamata sul palco anche la Professoressa Molinari (Claudia Campolongo) spiega il suo personaggio come insegnante forse più rigida e chiusa rispetto al mondo giovanile. E questo le ha permesso di comprendere quanto difficile sia il loro ruolo e la responsabilità morale verso i ragazzi. Assieme, naturalmente, a quello dei genitori.

Delucida infine che il Covid-19 non è che il contesto del film, girato durante la pandemia, ma non è il tema. È un film che parla di amore e di relazioni, che tutti abbiamo provato. E tutti noi ci siamo ritrovati faccia a faccia con un ri-conoscerci nuovamente. 

Dopo la proiezione

Insieme a Gianluca Sambataro, la Campolongo racconta dell‘unicità dell’aver composto la colonna sonora insieme, ma a distanza. Che riecheggia immediatamente lo slogan #distantimauniti che ha accompagnato striscioni, balconi, post, e campagne tv e le nostre convinzioni per mesi interminabili. 

Nel cupo silenzio delle piazze e delle strade. Un segno di speranza e concreta fattibilità di realizzare cose anche se fisicamente lontani. (Un grazie, inevitabilmente, va alla tecnologia).

I due musicisti hanno commentato il loro lavoro dicendo: «quando c’è lo stesso cuore ci si capisce.»

Interviene infine Simone, che esorta ad applaudire (e noi presenti applaudiamo con gioia e consapevolezza del merito) il film. Parlando di famiglia, di Carate, ringrazia per l’accoglienza. Così come Paolo, che  «ha trasformato il film in amore». 

Divertente il siparietto fra la verità dell’attrice Claudia e la Molinari, tipo di ruolo sul quale la donna scherza, ironizzando che probabilmente l’ex marito Ruffini le riserva dopo tanti anni insieme (venti, dieci di matrimonio, ora felicemente ex e nuovi grandi amici).

La durezza nasconde a volte la fragilità

Allo stesso modo, dice la Campolongo, anche Mattia è un bullo fragile, con un cuore grande, che nasconde per fragilità e timori, riversandoli in maniera sbagliata sugli altri.

Dietro l’aggressività si cela sofferenza

Alla fine del film, lo spazio è tutto lasciato al confronto con il pubblico di sala. 

Una prima signora prende parola e ringrazia, in qualità di mamma, per il film dedicato ai ragazzi, ed elogia l’analisi sulle difficoltà di ragazzi e insegnanti. Riconosce le tante tematiche toccate dal film. Non solo bullismo, dunque, ma ciò che esso può celare. 

Una seconda spettatrice chiede come sia stato ricreata, ideata la vita di Mattia. Si informa cioè sull’eventuale raccolta di dati, interviste, in cui ognuno di noi può anche riconoscersi o meno, condividendo esperienze, più o meno parziali.

Una testimonianza che ella riconosce come “molto forte”.

Ruffini la ringrazia e replica spiegando della sua esperienza diretta tramite l’ascolto dei ragazzi, attraverso l’uso dei social, e della famiglia.

Non ha figli, ma due amati nipoti, e spiega come abbia tentato di andare, per quanto concerne questo secondo aspetto, “in sottrazione”, focalizzando su un hinterland milanese, tramite la volontà e la pretesa non presuntuosa

di raccontare una famiglia non speciale. Una famiglia dove c’è un padre un po’ anaffettivo che non è un luminare, una mamma che non è manesca, ma comunque un po’ agitata, visti in un contesto di normalità. Nella misura in cui sappiamo che essa non esiste, e l’aggettivo diventa quasi stupido.

 «La famiglia scelta è non borghese, non ricca, non proletaria, ma comune, che rappresentasse qualcuno in cui immedesimarsi. Il covid, dice, e il lockdown lo abbiamo vissuto, giustamente, con grande egoismo, e il cinema mi consente di spostare l’attenzione su un’altra famiglia trasferendovi il mio pensiero. Ho cercato di creare un piccolo romanzo di formazione» 

E qui, torna Claudia ad incalzare svelando il ragazzaccio Paolo adolescente, con i giovani, il conflitto del ribelle a scuola, che si ritrova in Mattia, amante dell’amore e della cultura a modo suo. 

Ruffini elogia la Impacciatore per aver interpretato una figura femminile solo verso la fine del film, cosa che poche altre attrici italiane avrebbero fatto.

Il grande vantaggio attoriale è stato lavorare con professionisti eccezionali.

Ragazzaccio nelle scuole

Alessia, un’altra spettatrice si complimenta e ringrazia come persona, mamma, insegnante e vorrebbe che il film arrivasse ai giovani nelle scuole e nei teatri dei territori, per un confronto con loro e una sensibilizzazione per gli adulti.

La donna parla di una lettura nel prima e nel dopo il Covid, della storia stessa.

Della nostra storia.

Tutto il team di Ruffini sarebbe disposto a fare un tour nelle scuole, dove però, ricorda con timida amarezza, arrivano solo produzioni più grandi, come “L’ombra di Caravaggio”.

Si augura, anche tramite passaparola e a macchia d’olio, con i mezzi di trasmissione in evoluzione, di arrivare nelle scuole, a confronto con i più giovani, perché i ragazzi si riconoscono molto, e «di Mattia ce ne sono tanti. Ma c’è sempre un preconcetto del bullo, una visione a monte sbagliata. Senza esagerare, io penso che i ragazzi abbiano un po’ diritto alla disobbedienza, a volte, come all’errore. Se non sbagliano, non crescono.

Pretendiamo di punire errori e insegnare cose che non capiamo nemmeno noi. Quando mi dicono di andare nelle scuole a parlare di inclusione, io rispondo che i ragazzi, i bambini sono inclusivi di natura. Dobbiamo insegnare a noi, adulti, le cose che vorremmo insegnare ai ragazzi!»

Un grande applauso contraddistingue il momento, e poi lascia parlare i giovani in sala “beccati” prima dallo stesso Ruffini con telefono in mano.

Il commento di uno di loro è ilare quanto surreale, ma fa comprendere come ci siano distanze culturali molto vive fra generazioni: 

«Il cellulare lo abbiamo abbandonato ad un certo punto. E comunque per non essere io un tipo che guarda questo genere di film mi è piaciuto molto. Ottima realizzazione e trama. Era anche molto interessante che alla fine non ci fosse un grande cast di persone, o una grandissima ambientazione. Beppe Fiorello è quello che io descriverei il Fiorello dell’Eurospin.»

A un altro compagno tredicenne è piaciuto il contesto, il film e il messaggio che vuole trasmettere, che dovrebbe arrivare agli altri. 

Valenza poi coinvolge nuovamente il “ragazzo dell’Eurospin”, chiedendogli se fosse un po’ un bulletto, o se ne conoscessero. E questo, fra le battute in sordina degli amici, risponde dicendo che quello del film è un bullo ben strutturato. Fa l’idiota perché fa ridere farlo, ma poi, quando riflette sulla pochezza del fare l’idiota, alla fine cambia».

Ruffini ringrazia dicendo che sono commenti preziosi.

La parola viene ripresa dalla mamma del ragazzo, che ricorda come gli alleati dei bulli, a ridere con loro all’inizio, si rivelino poi i primi a lasciarli soli nella difficoltà. Non danno valore aggiunto.

Il monito è prestare attenzione a chi ci sta intorno, e perché. 

Nel film, questo valore è dato invece dai personaggi veramente positivi, Lucia e il compagno disabile, Zoli, interpretato da Jacopo Melio 

Ruffini impartisce una breve lezione di cinema spiegando la sceneggiatura e il suo arco, entro il quale la storia si svolge e i personaggi cambiano. Il vero antagonista è Deodato, che non ha un arco.

La modestia di Ruffini si rivede nuovamente nell’elogio alla parte più bella del film, quella del dialogo di Zoli, unico pezzo scritto non da lui, ma da Melio.

A questo punto, emozionata e non senza remore, è il momento di rivolgermi personalmente a Ruffini:

«Paolo, grazie per tutto. Complimenti per il film e per la sua evoluzione. Per l’emozione che mi ha fatta commuovere più volte. Sia a livello di trama che rivedendo certe immagini, che sembrano così lontane, ma in realtà sono ancora dentro ognuno di noi, in un modo o nell’altro.

Quindi, con quanto e quale coraggio sei riuscito a tirar fuori questa parte di te, che poi, ribadisco, è insita nella nostra storia personale e collettiva? Quanto ti ci è voluto umanamente per trasporlo nel film e farlo arrivare così tanto a tutti noi?»

La risposta di Paolo mi lascia senza parole.

«Grazie, Veronica per questa domanda. È la decima, undicesima presentazione che faccio, ma mai nessuno mi aveva posto una domanda tanto intima, perciò ti ringrazio io. 

Mi ci è voluto tanto, è stato dolorosissimo.

Non solo in termini di lavoro, ma in termini di messa in discussione perché quando si pensa a me, si pensa ad un’immagine diversa di me. Mi è costato tantissimo essere preso sul serio. Cosa molto complicata per chi fa il mio mestiere. 

Mi sono incaponito tantissimo, e Claudia sa che questo film avrebbe dovuto essere girato un anno prima. Ho provato a scalzare i dpcm rispettando comunque l’assenza di tocco fra attori, ma alla fine ho aspettato un anno. Ma l’ho fatto meglio. Ma è stato un dolore enorme, un viaggio introspettivo pazzesco.

Perdutamente Ruffini

“Ragazzaccio” fa parte di un dittico, con un altro film che si chiama “Perdutamente“.

Un documentario sull’Alzheimer che ha in comune anche un brano del maestro Sambataro e Campolongo.

E su questi due film, ci ho strizzato il cuore.

Due anni passati a pensare questi due soggetti. Che poi Ragazzaccio l’ho girato in una settimana, e mi sono sentito illuminato da qualcosa.

È un piccolo miracolino, in cui abbiamo messo tanto cuore e tanta vita. 

Ma ancora la distanza fra incoscienza e coraggio non la so, forse sono stato un po’ entrambi.»

La serata si è poi conclusa di lì a poco, con un caloroso saluto da parte del gruppo di Paolo, ed è stato impossibile fare una foto che non fosse un selfie da lui scattato, senza la nostra presenza. 

Il perché è semplice: quando parla di inclusione, Paolo lo fa a 360°, in ogni campo. 

È un uomo timido e solare, capace di scavare a fondo nell’amore, fra giovani e fra quei giovani non più giovani che conservano in ricordo della sublimazione stessa dell’amore. 

Non è da tutti raccontare, essere disposto ad ascoltare la voce di chi ha vissuto e vive condizioni da malato di Alzheimer, ma è altrettanto difficile, se non più dura, essere la seconda vittima della malattia: chi resta accanto a queste persone. 

Che spesso vivono della sublimazione totalizzante dell’amore stesso, con abnegazione e speranza che si scontra con la ragione. Nei malati la memoria a breve termine viene meno, così come i ricordi di una vita che si sfaldano giornalmente, come le speranze di recupero. 

Ma ciò che resiste, un po’ come il virus più contagioso del mondo, è sempre l’amore, in ogni millesimale sfaccettatura. 

Il documentario di Ruffini vuole mettere l’attenzione su un tema tanto delicato, oggi che gli anziani soli sono sempre di più. E, con grande giubilo, anche considerati grazie a progetti sociali come i Nipoti di Babbo Natale.

Il tema della disabilità: UP&Down

Ruffini non si risparmia nell’essere un’anima poliedrica e soprattutto buona. Dopo aver conosciuto i ragazzi della Compagnia Mayor Von Frinzius affetti da sindrome di Down, è riuscito a realizzare lo spettacolo “Up&Down“, con l’aiuto del fondatore della Compagnia Lamberto Giannini. L’idea alla base è realizzare un grande one man show a parte di Ruffini, ma nello sviluppo dello spettacolo, le persone più brave sono proprio quelle con disabilità.

Dal primo progetto, nel 2018, sono nati un documentario (“Up & Down – Un film normale”), un libro intitolato “La sindrome di UP”, Mondadori); lo show tv di Italia Uno, “Up & Down – Uno spettacolo normale”

Il ricavato è destinato a associazioni benefiche a favore della creazione di camp di gioco, spazi ricreativi residenziali destinati all’integrazione fra bambini e adolescenti abili e diversamente abili.

Va detto che negare una diversità non fa altro che offenderne l’unicità, e come tale va rispettata.

E vedere prove, immagini e spettacoli fa stringere il cuore, che si ravviva di gratitudine per questo straordinario artista.

Paolo Ruffini sta lavorando molto sull’aspetto di valorizzazione della bellezza e dell’unicità.  Una grande e valevole aggiunta, cercando di non lasciare indietro nessuno.

Un uomo dai tanti progetti, ma con un solo grande cuore: quello da eterno bravo ragazzaccio.

 

 

Veronica Fino 

Redazione

Scritto da Redazione

La redazione di VanityClass.

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