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Suor Virginia Maria de Leyva: gli atti del processo alla vera monaca di Monza

Il primo grande spettacolo dell’Osoppo Theatre della Piccola Compagnia ha debuttato con una lucida immagine della storia che ha ispirato il personaggio del Manzoni

Suor Virginia Maria de Leyva, la Monaca di Monza

Suor Virginia Maria de Leyva: la vera storia del processo alla Monaca di Monza 

Il 27 Novembre è avvenuto il vero debutto sulla scena per la Piccola Compagnia dell’Osoppo Theatre Valentina Cortese di Milano con la messa in scena degli atti del processo a Suor Virginia Maria de Leyva.

Il programma si è aperto con uno straordinario e alquanto sagace lavoro professionistico sul processo che ha portato alla ribalta Suor Virginia Maria de Leyva.

La “Monaca di Monza” è diventata famosa grazie alla celebre digressione a lei ispirata del Manzoni ne “I Promessi Sposi“.

Oltre la figura del Manzoni: documenti e atti storici di ciò che realmente accadde fra la Suora di Monza e l’amante 

Tuttavia, Antonio Zanoletti e i suoi hanno deciso di dedicarsi agli atti scritti, pertanto documenti storici, testimonianze reali, che hanno caratterizzato il processo canonico voluto dal Cardinale Federico Borromeo nel 1607.

Nessun uso di nomi manzoniani e fittizi come Gertrude ed Egidio per l’amante, dunque, ma nomi e cognomi di personaggi realmente accaduti.

Lo spettacolo ha un’ambientazione velatamente cupa, eppure maestosa nella sua essenzialità; presenta delle grate per rimandare all’idea delle celle di detenzione, e oggetti di scena immediati: due leggii, ambedue con gli atti processuali. 

Uno dei due leggii serve al giovane attore che interpreta il notaio, che incalza subito, spiegando che si tratta della lettura e delle deposizioni da parte dei personaggi da lui chiamati via via in causa.

Una prova attoriale eccellente, che nonostante comporti giocoforza la lettura, con le tante date a scandire le giornate di udienze non infastidisce lo spettatore, che è travolto e attratto dal vortice degli eventi narrati.

Lo scandalo di Suor Virginia

Primogenita del nobile Conte spagnolo di Monza, Martino de Leyva y de la Cueva-Cabrera, a soli tredici anni Marianna entra in convento.

Marianna è figlia del suo tempo, in cui era comune la carriera ecclesiastica per le primogenite non date in sposa.

A sedici la giovane prese i voti con il nome di Suor Virginia Maria de Leyva.

Soggiornò presso il monastero urbano di Santa Margherita, che confinava con la casa dell’Osio. 

Tuttavia, già nel ‘600 divenne ben nota per lo scandalo che la vide protagonista. 

Per circa 10 anni, dal 1598 al 1608, infatti, Suor Virginia era risaputamente l’amante di Paolo Osio. 

Questo fatto, lo si evince dai dialoghi e interrogatori fra personaggi e notaio.

Osio il seduttore malevolo

Quest’ultimo è costretto a chiamare prima le suore del monastero, che in qualche modo erano amiche di Suor Virginia.

Prima di ciò, si scopre che l’uomo era solito osservare, sennonché addirittura amoreggiare, con le giovani educande del convento. 

Per questo motivo fu aspramente ripreso a causa del rabbuffo proprio da Suor Virginia.

La sua rabbia fu tale da essere indiziato e condannato come mandante per l’uccisione di Molteno, agente fiscale dei Leyva.

A seguito di questo, rimase a lungo nascosto a lungo all’interno delle mura della sua casa.

Inizialmente, recò scompiglio e rabbia nella monaca, alla quale fece sfregio con sfrontata spavalderia, iniziando con lei una corte spietata, fatta di carteggi.

Di principio, le lettere del belloccio (come riporta Suor Ottavia), come le avances, sono respinte da Suor Virginia. 

Dagli incontri in Parlatorio alla nascita dei putti di Suor Virginia

Le suore Ottavia Ricci e Benedetta Homati, interrogate, si trovarono a spiegare che gli incontri fra l’Osio e la Signora erano di natura carnale.

Interrogata, Suor Ottavia rivelò che i due amanti spesso s’incontravano nel monastero ed esattamente nella camera della Signora, che era ormai solita scambiare regali con l’amante, oltre ad usare stanze e oggetti, cibi, più prelibati visto l’ospite in convento.

Sconcertante, emerge dai dialoghi che anche le due monache sono state amanti dello stesso uomo dello scandalo.

Come se queste oscenità per l’epoca e per la fede stessa non fossero sufficienti, dalla loro relazione, emerge che fra i due amanti nacque prima “un putto morto”.

Ottavia è la stessa che confermò che il corpo del bimbo nato morto furono portate via dal padre stesso. (Salvo poi essere ritrovate, in forma di ossa, dal medico legale, lo stesso che conferma che le ossa sono sì, umane, ma non maschili o femminili).

Pochi anni dopo, nacque una una seconda creatura, riconosciuta dall’Osio come Alma Francesca Margherita, che venne battezzata a Milano dal padrino, il conte Francesco D’Adda. 

Si spiega fra gli atti che si fanno sempre più intriganti, sgomenti e accattivanti, che la bimba faceva spesso visita in Convento, come a dimostrazione che ormai la cosa era più che nota.

I crimini più aberranti dell’amante di Suor Virginia 

Viene menzionata la suora conversa Caterina Cassini, povera di origini, suora per motivi economici.

Scoperta la tresca, la monaca -viene riportato- iniziò a minacciare gli amanti, spingendo Paolo ad assassinarla, e le altre suore a nasconderla, fingendone la fuga.

Sia Ottavia Ricci e Benedetta Homati furono vittime dell’Osio, in quanto testimoni attive. 

Egli infatti cercò di affogarne una nel Lambro e una in un pozzo. Fintesi morte, giungono in scena con abiti insanguinati e bastone, chiamate di fronte alla Corte.

Non mancano i momenti di tortura per alcuni personaggi, persino per quello dell’iconica Nicoletta (92 enne attrice celebre e celebrata fin dai tempi di Strehler).

L’abietto Prete Arrigone

Il lungo anno di pentimento di Osio rivela i suggerimenti degli amici e in particolare dell’oscura figura del Prete Arrigone e l’assidua frequentazione fra la monaca e il conte rovinoso.

A fomentarne l’incidenza è la serie di carteggi fra la monaca e l’Osio.

Ma dai discorsi con il Prete, si scopre che questi è il personaggio più abbietto e subdolo di tutta la vicenda. Costui gioca, nella relazione dei due, un ruolo di primo piano: amico e confidente dell’Osio, è anche il vero autore di tutte le lettere d’amore che Osio invia a suor Virginia.

“Il Graffio”, il libro che “tratta di casi di coscienza e di penitenza”, è suo. Quello cioè che “conteneva… che non era scomunica a lui l’entrare nel monastero ma bene era la scomunica alla monaca all’uscire dal monastero”, con il quale la Suora si fa convincere a far accedere l’Osio nelle sue stanze.

Atto al livello paragonabile per l’epoca all’eresia, tanto da far intervenire il Sant’Uffizio, pratica una magia battezzando la calamita con cui l’Osio cercherà di “legare a sé” Suor Virginia.

Non ha alcuna moralità, intrattiene azioni amorose con Suor Candida, con la domestica di cui abusa, e di molte fanciulle in confessionale. Questo sarà naturalmente negato dopo l’accusa esplicita da parte della Monaca delle sue nefandezze.

Nonostante un’amoralità simile e un animo vile e torbida, interrogato durante il processo, nega ogni cosa, mostrandosi, sbalordito e sdegnato per i capi d’accusa.

Spergiura, persino, chiamando -osando chiamare- Dio a testimonio della sua innocenza e rettitudine, nel tentativo di essere creduto quando protesta la sua innocenza.

Pur di scagionarsi, accusa tutti gli altri ribattendo: “Da una falsissima donna (Suor Virginia) non si deve credere cosa alcuna né da altre falsissime monache che erano tutte cose falsissime inventate da loro e protesto che non ho fallato in questo, e dette monache hanno detto maggior bugie con giuramento peggiori che non sia questa”

Fra le tante cose, giungendo a dimostrarsi persino ridicolo ad un certo punto, nega la relazione con Candida, che scredita e cerca di diffamarla, mettendola in “cattiva luce”, facendola passare per una monaca “leggera e corrotta”.

Non un uomo in pena, ma una pena di omuncolo

Mentre l’interrogatorio procede, di fronte all’evidenza delle comunicazioni e delle deposizioni della suora e dei loro colloqui amorosi, nega l’intenzionalità.

Durante gli incontri, che non sono “di circostanza”, giustifica dicendo che si sarebbero anche tenuti per mano, ma senza “talle intentione…”.

Aggiunge ancora scuse campate malamente per aria come “

  • non l’ho fatto e non è cosa da farsi, e non credo che si possi fare ancorché si volesse perché vi sono le ferrate”…
  • “dico che non è la verità e dichino quello che vogliano loro”.

Nega anche quando è accusato e nuovamente esortato nel dire finalmente a verità, recriminando di aver non solo mentito, ma anche di aver commesso con Suoi Candida, “atti osceni”.

Contorcendosi il capo, iniziando a giurare e spergiurare, risponde esclamando: “Giesus Giesus… adesso m’accorgo che m’hanno messo adosso et accordatesi così facendo la collusione e l’hanno pensata”

Il Vicario Criminale non ottiene alcuna ammissione nemmeno dopo la sua punizione: un triennio come membro della ciurma sulle triremi, e carcere.

La sentenza sarà sempre per lui ingiusta e cospirazione dei nemici.

Fra tutti, è il personaggio più viscido e reietto.

L’arrivo di Suor Virginia

La de Leyva giunge in scena con un grande pathos, a spiegare, senza mezzi termini, che all’inizio, dopo le reticenze verso l’assassino, questi aveva fatto abuso di lei, senza mezze misure.

Non ottenne, a suo dire aiuto, e il del prete Arrigone negò che vi fosse stato un atto di forzatura.

Lei stessa non avrebbe saputo spiegare il motivo che la spinse a proseguire in una relazione così tossica. 

Questo aspetto, insieme all’insieme di

  • diffidenza,
  • potere
  • messa in discussione della violenza, in particolare del Prete,
  • il malevolo giogo di passioni e intrighi,
  • dolori e dettami di un secolo così concettualmente bigotto,

fanno di lei un personaggio forte, attuale, capace di denunciare e mantenere la dignità, nonostante le numerose malelingue. Senza dimenticare il suo ruolo defilato di madre.

Non si può evitare di definirla tragica. Nonostante tutto.

Virginia è schiacciata da una realtà di uomini che hanno condizionato la sua esistenza, fino al punto di privarla della figlia, e del prete complice dei misfatti dell’Osio. 

La sentenza

Alla fine del processo, fa ritorno il medico legale con la testa dell’Osio, condannato in contumacia, ucciso verosimilmente dagli amici Taverna, dai quali aveva trovato rifugio il giorno prima della sentenza. 

L’arresto di Suor Maria Virginia risale a novembre 1607, ma la sentenza definitiva giunge solo il 17 ottobre 1608.

Suor Virginia è condannata prima al trasferimento nella casa delle Convertite di Santa Valeria a Milano. Non più un monastero, bensì un luogo abietto e inospitale, dove soggiornavano le prostitute in attesa di punizione e redenzione.

Per la ex contessa e Signora di Monza la condanna ha il sapore di un triste epilogo.

Un ritiro forzoso e isolato con reclusione a vita in una cella dove si trova quasi murata viva.

Uno spazio vitale minuscolo, con due soli buchi per poter ricevere cibo e luce dove rivolgere le preghiere. 

In conclusione

lo spettacolo ha leggermente risentito dell’emozione della Prima, ma è stato capace di filare liscio, godibile e piacevole, a scapito degli argomenti discutibili rappresentati. 

Il regista e interprete Zanoletti dà riprova di volere in ogni modo eliminare il pensiero erroneo e puerile dell’amatorialità. Porta sul palco una prova recitativa eccellente, come gli altri attori, fra chi in parte si ferma più all’interpretazione degli atti, e chi recita, usa la prossemica, una grande gestualità (NICOLETTA RAMORINO è un’icona) e un cast di attori che si confondono per bravura fra semi amatoriali pronti per nuove sfide, e professionisti di grande lustro.

Uno spettacolo imperdibile, appassionante e appassionato, da seguire tutto d’un fiato. 

Che lascia aperta, o a personale interpretazione, la domanda di presentazione dello spettacolo stesso:

Ma quali furono veramente le colpe della Monaca?

E che comprova il successo dell’idea stessa di rinnovare il teatro con spettacoli di qualità con scrosci di ripetuti applausi.

 Veronica Fino

Redazione

Scritto da Redazione

La redazione di VanityClass.

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